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Arte-Cultura

«Guerra e pace», capolavoro contro la vanità della gloria

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Sergio Caroli


«Voglio scoprire cos’è la felicità e che cosa valga invece la sofferenza. E voglio scoprire perché gli uomini vanno in guerra e che cosa provano davvero in fondo al cuore quando essi pregano Dio. E voglio scoprire cosa uomini e donne sentano quando dicono di amare e quanti peccati facciamo e quanta gente inganniamo e perché tutto finisce nella morte».
L’essenza umana e poetica di «Guerra e pace» - la più grande opera della narrativa russa e una delle più alte della letteratura d’ogni epoca - pare raccogliersi in questi enigmi che Tolstoj affida alla gaia tenera appassionata Natasha Rostova, la creatura più delicata e forte del romanzo. Accanto a lei centinaia di personaggi, prigionieri di eventi che sfuggono al controllo del singolo. Ma se la grande Storia trascende ogni individualità - mai prima di Napoleone la guerra aveva conosciuto dimensioni tanto vaste e sanguinose, la coscrizione obbligatoria avendo trascinato nella carneficina interi popoli - nel cataclisma che travolge l’Europa tra il 1805 e il 1812 sono i singoli destini a conferire valore all’esistenza come alle sventure: ogni presenza umana è centro di cristallizzazione di senso e di sacralità.
Vano è cercare in «Guerra e pace» personaggi principali e secondari, come pure una gerarchia di ambienti sociali e di valori: Natasha il giorno del suo primo ballo merita la stessa considerazione di Napoleone all’alba di Austerlitz. La natura fortemente unitaria del romanzo non consente personaggi avulsi dal contesto storico della narrazione. Dipingendo i caratteri con balzante scultoreità e dotandoli di pulsante nervatura interiore, Tolstoj, che tra il 1863 e il 1869 riscrisse – per ben sette volte! – il romanzo, bandisce qualsiasi forma di compiacimento psicologistico di ritrattista. E’ stato scritto che «Guerra e pace» rappresenta solo il mondo dell’aristocrazia. Ma forse che contadini e soldati senza nome vi sono assenti? Forse che soldati russi non si mettono a chiacchierare con i soldati francesi dall’altra parte della trincea, scambiandosi insolenze e saluti? Certo, famiglie nobili sono al centro dell’immenso affresco, ma nell’impero degli zar solo l’aristocratico, godendo di libertà, poteva influire sul proprio destino. Ne consegue che a rappresentare la redenzione umana potevano essere solo personaggi che avessero la possibilità di determinare in qualche modo la propria sorte.
Se i contadini poveri, come lo stesso Tolstoj li rappresenta, erano coscienze incatenate a un dispotismo che affondava le proprie radici nel buio dei secoli, a finire in macerie è, per contrasto, il mito del «Grande uomo», rappresentato da Napoleone. Di contro «la figura semplice, modesta e perciò grandiosa di un Kutuzov – scrive Tolstoj – non poteva entrare in quella forma menzognera dell’eroe europeo che, apparentemente, comanda agli avvenimenti, e che non è altro che un’invenzione della storiografia».
Alla concezione hegeliana della storia, fondata sulla fiducia nelle sorti progressive dell’umanità, e a quella volontaristica, lo scrittore russo oppone un fatalismo vitalistico che nelle pulsioni impenetrabili del popolo individua la ragione ultima della storia e conseguentemente attribuisce al popolo stesso un ruolo decisivo sul palcoscenico delle vicende umane. L’anima dello scrittore si riflette in parte in due figure maschili di alta moralità: il principe Andrej Bolonskij e Pierre Besuchov. Se il primo, uomo d’azione energico e volitivo, ferito ad Austerlitz, legge nel cielo che sovrasta il campo di battaglia - «un alto cielo, non chiaro, ma tuttavia immensamente alto, con nuvole grigie che salivano in silenzio, strisciando» -  la vanità della gloria terrena e l’inconsistenza del suo mito, Napoleone, e attinge con la morte alla purificazione spirituale nella fede cristiana, il secondo, debole e tormentato, dapprima sedotto dai valori fatui rappresentati dalla bella e vanitosa Hélène Kuragina, porta in cuore un incoercibile anelito di ricerca spirituale, che giunge all’apoteosi nell’incontro con Platonov Karatev, il soldato-contadino. Da lui Pierre riceve il messaggio di accettazione della vita, l’amore per gli altri, la non resistenza al male.  In «Guerra e pace» un misterioso panteismo percorre l’universo della campagna:  un’omerica serenità contempla uomini ed eventi mentre la prosa fluisce in ritmo lento e solenne come le acque di un immenso  fiume. «Tolstoj – ha scritto Leone Trotskij – non toccherà mai un bocciolo per dispiegarne con forza i petali, lascia che si aprano lentamente al calore del sole». Neppure per un istante gli sfugge dalle mani la trama che lega esistenze senza numero. Vi troviamo anche Napoleone, rappresentato come essere umano: il poeta ne penetra i pensieri, analizza quanto il suo mal di stomaco abbia influenzato le sue strategie belliche, ne dipinge la grandezza e ne irride la meschinità, mostrandolo davanti a migliaia di cadaveri sparsi sul campo di battaglia posseduto solo dalla sua brama di gloria. 
La guerra è la fase in cui il barbarismo latente sotto la scorza della società civilizzata irrompe con l’impeto di un uragano, mostrandoci che procediamo ancora a quattro zampe.  Ma quando una cieca violenza possiede il mondo, il singolo può rivelarvi la dolente vicinanza con la propria nuda essenza. Ecco perché in qualsiasi temperie storica – di pace o di guerra non importa – «Guerra e pace» è assai più di un romanzo. E’ una sinfonia di voci che anelano a rintracciare senso e verità in quella caotica congerie di realizzazioni materiali, di costumi, di abitudini e di pregiudizi che prende nome di civilizzazione.

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