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La magia della sua arte in Fellini, Maccari, Longanesi e Robusti

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Manuela Bartolotti
Si diceva che ritraesse le donne – cantanti, ballerine o prostitute - non come erano, ma come sarebbero diventate, quindi brutte, con le sembianze corrotte dal decadimento e dal vizio, sfigurate dal male di vivere. Quanto è distante quest’atteggiamento amaramente sincero di Lautrec dal nostro odierno che tende a cristallizzare l’effimero con grotteschi interventi di bisturi o ritocchi di Photoshop.
Quanto invece hanno tratto proprio pubblicità e fotografia dai suoi arditi tagli prospettici, dal segno dinamico e concentrato capace di sintetizzare storie ed esistenze in poche linee, in profili essenziali, con due o tre colori e qualche colpo di biacca.
Così i suoi manifesti riuscivano accattivanti anche se – diversamente da quelli dei celebri contemporanei Steinlen o Mucha – lasciavano già trapelare l’insopprimibile solitudine dell’uomo moderno che sarà poi ossessivamente ribadita dall’americano Hopper. Lautrec, carpendo ai maestri giapponesi quell’intensità espressiva del segno che porta in superficie l’essenza di uomini e cose, ha rivoluzionato la grafica pubblicitaria oltre che il modo d’intendere l’arte: l’immagine non è fatta solo per riprodurre, ma per trasmettere, comunicare, provocare, mentre il disegno non più solo definisce, ma incide e rivela. Così per primo il giovane Picasso ne è stato folgorato e non si può capire la svolta avanguardista della sua pittura senza Lautrec. In Italia Dudovich ne ha ripreso nelle affiches il dinamismo e l’immediatezza grafica, diluendo in eleganza liberty l’intensità espressionista. Altri invece hanno colto l’«esprit» e lo sguardo acuto di Toulouse, come Leo Longanesi e Mino Maccari nelle sue donnine. L’occhio e il taglio scenico di Lautrec sono cinematografici ante litteram tanto che Federico Fellini vi ha riconosciuto intima affinità, condividendone anche l’empatia per gli esseri disprezzati, malati d’amore e follia. Dietro al trucco che si disfa, ecco trasparire le rughe del pianto e della malinconia. Così per Yvette Guilbert come per Gelsomina de «La strada». Il segno sinuoso di Lautrec che chiude corpi e sogni è ombra sottile e drammatica, mentre la luce impietosa corrode le illusioni e rivela.
Infine oggi – e proprio qui a Parma – il pittore Enrico Robusti, con analogo segno rapido e concentrato, ritrae e mostra quello che lui riesce prima di noi a vedere: l’inesorabile lavorìo del dolore e quello che diventeremo. Un altro inconscio erede di Lautrec mette in scena, un secolo dopo, una verità fatta di vanità e solitudine sugli illusori palcoscenici quotidiani di questa tragicommedia che è la nostra vita.

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