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Addio a Temilaluce, «il poeta da marciapiede»

Addio a Temilaluce, «il poeta da marciapiede»
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di Tiziano Marcheselli

Si è spento sabato scorso, a 95 anni, in una struttura di Langhirano, un personaggio (forse uno degli ultimi veramente caratteristici) curioso e popolare: Bruno Cassi, detto Temilaluce, di professione «poeta da marciapiede».
Il soprannome derivava da quella malattia agli occhi che non gli permetteva di stare alla luce, obbligandolo a portare grandi occhiali neri e, sopra la testa, un pacco di vecchie Gazzette, per evitare qualsiasi infiltrazione di sole.
Classe 1913, portava a tracolla una borsetta da fattorino delle poste, stracolma di fogli battuti a macchina: erano quelle poesie che Bruno vendeva per poche lire davanti al Consorzio Agrario.
Nel 1978, per il libro «Gente di Parma» di Nicoli Editore, avevo scritto questo «ritrattino»: «Bruno Cassi, il poeta posteggiatore, con i guai agli occhi che si ritrova, non poteva evitare un nomignolo schiettamente parmigiano quale Temilaluce. Ed è sotto la cappa pesante di questo «stranòm», e sotto quella ancora più pesante di una trentina di giornali che gli fanno ombra dall’alba al tramonto, che Cassi porta avanti la sua attività pratica di sorvegliante di biciclette, e quella più amata, ma meno redditizia, di poeta. A dir la verità, Temilaluce cerca di far fruttare anche le rime e svende le sue poesie, magari nei giorni di mercato, in piazzale Barezzi, a cento o duecento lire l’una: ma il commercio è faticoso; specialmente per un «artista» poco portato alle contrattazioni.
Temilaluce era un figlio di strada Nino Bixio, nato nella casa della Marianna, la fruttivendola della «pattona, mele cotte e sug d’ua». Poi ha vissuto per vent’anni in borgo Bernabei, lavorando al macello; trippaio per cinquant’anni col padre Giuseppe, mentre la madre Maria aveva in Ghiaia un negozietto per cibarie varie di cani e gatti.
Tre guerre alle spalle e un congelamento in Albania. Una vita di stenti, coronata da una pensione di ottantamila lire al mese, e una giornata lavorativa dalle sette del mattino alle sette di sera. Poi, il buio più totale. Ha fatto di tutto, persino il domatore di caproni in un circo. Raccontava: «Il caprone si chiamava Bosco ed era una gran bella bestia, con due corna che io non ho mai visto in un animale del genere».
L’occasione si era presentata nel bar «La Gota» di strada Nino Bixio; quindi, da Collecchio, era partito per girare tutta la penisola. Nel 1946, al cinema, aveva conosciuto la signorina Elena Dardani, da borgo Lalatta: «Signorina, posso accompagnarla?» - le aveva sussurrato con fare elegante. E due mesi dopo erano sposati, per restare assieme tutta la vita, nella casa di via della  Costituente 19, secondo piano.
Poi, la passione per le moto: un 75 Ardito, un 125 Mival e un 175 Ducati, ma «da quand a son caschè con la Tartaruga - diceva - non ho più voluto saperne di motociclette, e a vag sempor a pè».

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  • Carletto Nesti

    23 Gennaio @ 20.18

    ADE SpA – CIMITERI DI PARMA – Luoghi della Memoria . 446 Oggi, Sabato 24 Gennaio alle ore 10,50 alla Villetta si svolgeranno le esequie di: Bruno Cassi (“TEMI LA LUCE”), Poeta da marciapiede ADE, CERTA DI INTERPRETARE I SENTIMENTI DI TUTTI I PARMIGIANI, ESPRIME SINCERO CORDOGLIO ADE SpA – CIMITERI DI PARMA - Luoghi della Memoria . 446 (Thanks to: “Se ne sono andati” di Repubblica.it, Tiziano Marcheselli da “Gazzettadiparma.it”) ------------------------------------------------------ Bruno Cassi (“Temi la luce”) Poeta, trippaio, sorvegliante di biciclette Si dovrebbe scrivere il contrario: Bruno Cassi e, tra parentesi “Temilauce”. Ma con il suo vero cognome lo ricorderebbero in pochi, quel signore che si aggirava per i borghi dell’Oltretorrente con gli occhiali scuri scuri e le alette per impedire la luce laterale, con il suo largo cappello coloniale, o più spesso con un fagotto di giornali sulla testa, e soprattutto con l’immancabile tascapane ricolmo di poesie, il suo vero tesoro, quei fogli di carta pieni di saggezza e di pillole di vita che offriva ai passanti per cento lire. Gli ultimi a godere della sua enorme produzione poetica e ad estasiarsi dei suoi racconti di vita attraverso un intero secolo, sono stati gli ospiti dell’Iraia, che lo ha accolto a Villa Parma, dopo che gli era diventato impossibile arrangiarsi da sé. Con Temilaluce (una malattia agli occhi lo costringeva a vivere nella penombra), sabato 17 gennaio, nella struttura di lungodegenza di Langhirano dove era ricoverato, se n’è andato un altro pezzo della storia di Parma, quella storia fatta dall’umanità e dalla cultura popolare che hanno segnato l’Oltretorrente per tre quarti del secolo scorso. Bruno Cassi era nato il 7 settembre 1913 in via Nino Bixio. Il padre Giuseppe faceva il “trippaio” nel macello in borgo Bernabei, e la mamma Maria Bolsi vendeva alimenti per animali in piazza Ghiaia (facile intuire da dove si riforniva). Bruno lavorò per molti anni a fianco del padre, anche lui alle prese con la trippa, ma la sua passione era altrove, divisa fra la voglia di avventura e il fascino della poesia, quando ancora la comunicazione passava attraverso la vecchia Olivetti e non era ancora approdata su Facebook. Temilaluce era un “poeta da marciapiede”, anzi da “deposito di biciclette”, perché fra i suoi numerosi e fantasiosi lavori (si vantava di aver fatto persino il domatore di uno splendido esemplare di caprone in un circo con il quale girò tutto il bel paese) aveva svolto a lungo quello di sorvegliante di biciclette in piazzale Barezzi (Dio sa quanto ancora oggi nell’Oltretorrente che ne sarebbe bisogno), e per farsi pagare vendeva le sue poesie in originale a 100 lire, estraendole a caso dalla borsa da postino che aveva sempre con sé. Nella sua lunga vita ha conosciuto più di una guerra, ed era tornato dall’Albania con un principio di congelamento. Dopo la guerra, nel 1946, conobbe e sposò Elena Dardani, compagna della sua vita, di otto anni più vecchia di lui, che lo ha lasciato solo nel 1987. Ora di Temilaluce restano solo le sue poesie, frutto di 95 anni di fatica, a casa di chissà chi. E resta il suo ricordo nella mente e nel cuore dei parmigiani meno giovani. Addio a Temilaluce, «il poeta da marciapiede» di Tiziano Marcheselli Si è spento sabato scorso, a 95 anni, in una struttura di Langhirano, un personaggio (forse uno degli ultimi veramente caratteristici) curioso e popolare: Bruno Cassi, detto Temilaluce, di professione «poeta da marciapiede». Il soprannome derivava da quella malattia agli occhi che non gli permetteva di stare alla luce, obbligandolo a portare grandi occhiali neri e, sopra la testa, un pacco di vecchie Gazzette, per evitare qualsiasi infiltrazione di sole. Classe 1913, portava a tracolla una borsetta da fattorino delle poste, stracolma di fogli battuti a macchina: erano quelle poesie che Bruno vendeva per poche lire davanti al Consorzio Agrario. Nel 1978, per il libro «Gente di Parma» di Nicoli Editore, avevo scritto questo «ritrattino»: «Bruno Cassi, il poeta posteggiatore, con i guai agli occhi che si ritrova, non poteva evitare un nomignolo schiettamente parmigiano quale Temilaluce. Ed è sotto la cappa pesante di questo «stranòm», e sotto quella ancora più pesante di una trentina di giornali che gli fanno ombra dall’alba al tramonto, che Cassi porta avanti la sua attività pratica di sorvegliante di biciclette, e quella più amata, ma meno redditizia, di poeta. A dir la verità, Temilaluce cerca di far fruttare anche le rime e svende le sue poesie, magari nei giorni di mercato, in piazzale Barezzi, a cento o duecento lire l’una: ma il commercio è faticoso; specialmente per un «artista» poco portato alle contrattazioni. Temilaluce era un figlio di strada Nino Bixio, nato nella casa della Marianna, la fruttivendola della «pattona, mele cotte e sug d’ua». Poi ha vissuto per vent’anni in borgo Bernabei, lavorando al macello; trippaio per cinquant’anni col padre Giuseppe, mentre la madre Maria aveva in Ghiaia un negozietto per cibarie varie di cani e gatti. Tre guerre alle spalle e un congelamento in Albania. Una vita di stenti, coronata da una pensione di ottantamila lire al mese, e una giornata lavorativa dalle sette del mattino alle sette di sera. Poi, il buio più totale. Ha fatto di tutto, persino il domatore di caproni in un circo. Raccontava: «Il caprone si chiamava Bosco ed era una gran bella bestia, con due corna che io non ho mai visto in un animale del genere». L’occasione si era presentata nel bar «La Gota» di strada Nino Bixio; quindi, da Collecchio, era partito per girare tutta la penisola. Nel 1946, al cinema, aveva conosciuto la signorina Elena Dardani, da borgo Lalatta: «Signorina, posso accompagnarla?» - le aveva sussurrato con fare elegante. E due mesi dopo erano sposati, per restare assieme tutta la vita, nella casa di via della Costituente 19, secondo piano. Poi, la passione per le moto: un 75 Ardito, un 125 Mival e un 175 Ducati, ma «da quand a son caschè con la Tartaruga - diceva - non ho più voluto saperne di motociclette, e a vag sempor a pè».

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