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«Libri? Manca un pubblico medio»

«Libri? Manca un pubblico medio»
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di Elena Formica

Gli italiani non leggono, preferiscono telefonare: siamo terzi al mondo per utenze di telefonia mobile. Attaccati al cellulare, allergici ai libri. Nel 2007 quasi il 57% degli italiani con più di 6 anni non aveva letto un solo libro a parte quelli di scuola.
Questa scarsa familiarità con la lettura non è un fenomeno recente e a neutralizzarne gli effetti non basta l’italico primato dei cosiddetti «lettori forti» (quanti leggono almeno 6 libri in 12 mesi), da noi più voraci che all’estero. Mario Infelise, docente di Storia del libro e direttore del Dipartimento di Studi storici dell’Università Cà Foscari di Venezia, lo ha spiegato nel corso del seminario «Le letture degli italiani» organizzato a Parma da Andrea De Pasquale, direttore della Biblioteca Palatina (e qui svoltosi nei giorni scorsi) e del Museo Bodoniano. La ferita fa ancora male: il primo censimento dell’Italia unita (mancavano Lazio e Veneto) rilevava nel 1861 che il 78% della popolazione era analfabeta, con punte dell’84% nel Meridione. Tullio De Mauro ha calcolato che, al momento dell’unità, soltanto 630mila connazionali fossero in grado di parlare correttamente in lingua italiana. I dialetti erano idioma corrente: un patrimonio linguistico diversificato e felicemente espressivo, destinato però a non uscire - se non di rado - da una frammentata dimensione orale.

«Eppure, a parte i contatti personali, la lettura è stata fino a 50 anni fa il principale stimolo culturale», ha osservato Infelise. E’ quindi necessario capire che cosa leggessero gli italiani, o meglio individuare quali libri fossero realmente accessibili al pubblico dei non analfabeti, tenendo conto che le biblioteche hanno storicamente operato nell’ambito della conservazione dei libri colti, cioè selezionando le opere secondo una logica che potremmo definire «valoriale», non speculare dell’effettiva disponibilità di letture. In Italia «moltissimi scrivono e pochissimi leggono», affermava Luciano Bianciardi negli anni '50. Un trentennio prima Piero Gobetti dichiarava: «La verità è che paragonata colla cultura europea moderna l’Italia manca di autori, di editori, di librai, di pubblico». Nel nostro Paese non si è formato un vero «pubblico medio» di lettori - ha chiarito Infelise - capace di dare forza agli editori e spingerli verso nuove iniziative; evidentemente il «pubblico medio» non è quello identificabile mediante i «best seller», che sono i libri più venduti nel breve periodo.

Esaminando il profilo della cronica «crisi del libro» che caratterizza l’Italia rispetto al Nord Europa, gli studiosi non esitano a focalizzare l’attenzione sulla reazione della Chiesa di Roma alla Riforma protestante nel '500. In tale quadro rientra l’azione di controllo esercitata dal Papato nei confronti della produzione libraria, la messa all’Indice dei titoli ritenuti pericolosi, la proibizione (con rare deroghe) della Bibbia nelle lingue nazionali e l’instaurarsi di schemi educativi rigidamente controllati dai vertici. Esplicito Infelise: «Fino agli inizi del '500 gli italiani hanno praticato più che altrove le letture in lingua volgare, ma le misure attuate dalla Controriforma hanno determinato una netta frattura con esiti a lungo termine sulle abitudini culturali». Un esempio? Nel 1758 Papa Benedetto XIV aveva annullato il divieto di leggere la Bibbia in lingua volgare, ma i più noti manuali dell’'800 destinati ai confessori confermavano la proibizione. Quali sono stati, dunque, i libri a «grande» diffusione nell’Italia dei dialetti, delle campagne e dei piccoli borghi?

Di fatto, per secoli, sempre gli stessi: libri di piccola devozione religiosa o prodotti a lunga conservazione come i «Reali di Francia» o il «Guerin Meschino» di Andrea da Barberino, scritti del '400 ristampati senza sosta per entrare imperturbabilmente nelle biblioteche domestiche d’inizio '900.
In tutto poche centinaia di titoli, venduti spesso da librai ambulanti nelle fiere ed eccezionalmente intercettati dalle biblioteche. Per fortuna, i testi viaggiano non solo a bordo dei libri, ma anche di bocca in bocca. Nell’Italia della cultura orale molto si deve agli attori girovaghi, al teatro, al melodramma. Testi importanti penetrarono così oltre il muro della miseria: dove non giunse il libro, giunse la voce. 

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