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Darwin, genio moderno

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di Maria Pia Forte
Il caso, o forse il destino,  ha fatto nascere nello stesso giorno, il 12 febbraio 1809, Lincoln e Darwin. Due uomini diversissimi ma legati dall’odio per lo schiavismo: il primo lo abolì negli Stati Uniti, il secondo ne fu indignato nel corso del suo viaggio intorno al mondo a bordo del Beagle, iniziato a 22 anni e terminato a 27. In quel viaggio, affascinato dalle «innumerevoli forme, bellissime e meravigliose» viste in tante terre vergini, Darwin maturò la sua teoria sull'origine delle specie.   A questo gigante della scienza sono dedicati un convegno internazionale a Roma - «Il mondo dopo Darwin», all’Accademia dei Lincei - e la mostra «Darwin 1809-1909» a Palazzo delle Esposizioni a Roma fino al 3 maggio e poi da giugno a Milano. A uno dei tre curatori della mostra, Telmo Pievani, docente di Filosofia della scienza all’Università di Milano Bicocca, rivolgiamo  alcune domande.
A distanza di duecento anni dalla sua nascita e 150 dalla pubblicazione dell’«Origine delle specie», Darwin rimane ancora uno dei più grandi scienziati di ogni tempo?

«Sì, perché ancora oggi la spiegazione dell’evoluzione è di tipo darwiniano. Due sono le sue fondamentali intuizioni: una è che tutte le specie sono imparentate fra loro, e che da pochi antenati comuni, in un processo di ramificazione, si sono poi sviluppate le diverse specie; l’altra è che il meccanismo che produce quella ramificazione, quell'albero della vita, è la selezione naturale. Tutte le popolazioni viventi sviluppano variazioni filtrate dall’ambiente, alcune delle quali hanno più successo e si diffondono. Un meccanismo cieco che a lungo andare produce cambiamenti nelle specie e a volte anche la nascita di nuove specie. Certo, Darwin commise diversi errori. Oggi abbiamo potuto verificare che l’evoluzione non è necessariamente un processo lento e graduale, ma a volte è rapida; e che non può essere spiegata solo con la selezione naturale, perché vi entrano in gioco anche elementi di tipo genetico, non selettivi. Tuttavia, mentre in fisica Newton è stato scalzato da Einstein, in biologia ci si fonda ancora su Darwin, sia pure sfrondato di molti ramoscelli, un Darwin che si è evoluto».
La teoria darwiniana sovvertiva tutto ciò che si era sempre pensato a proposito dell’origine del Creato prendendo a fondamento il racconto biblico, tanto che egli è considerato «il Copernico del mondo organico». Fu consapevole Darwin di avere innescato una rivoluzione?
«Sì, egli stesso si rese conto della portata esplosiva della sua teoria sull'evoluzione delle specie non appena capì che era applicabile anche alla specie umana, il che significava far scendere l’uomo dal suo piedistallo. Sappiamo dai suoi Taccuinì giovanili che la tenne segreta per più di vent'anni: era consapevole dell’impatto traumatico che essa avrebbe avuto, a causa delle sue implicazioni materialistiche, sulla società del suo tempo».

Quale fu il rapporto di Darwin con la fede?
«Darwin all’inizio era credente, lo fu fino alla morte della figlia decenne Annie fra atroci sofferenze. Da allora non credette più all’esistenza di un’intelligenza superiore, di un disegno intelligente. Nelle sue lettere dice di aver perso la fede ma non si definisce ateo, bensì agnostico; e avverte che la sua teoria e la visione religiosa appartengono a due piani differenti».

Come giudica la posizione dei creazionisti che si oppongono strenuamente alla teoria darwiniana perché in contrasto con l’idea di una creazione unica e uniforme così come è descritta dal Genesi?
«Il conflitto con i creazionisti insorge quando, come negli Stati Uniti, essi tentano di proporre le idee della Bibbia come teorie scientifiche alternative. Se invece quelle idee rimangono nell’ambito di una visione religiosa, non sono incompatibili con quelle evoluzioniste. Tanti scienziati evoluzionisti sono credenti, rispettosi della specificità della ricerca scientifica. La scienza non può rispondere alle domande ultime, filosofiche, sul senso della vita, estranee ad essa».  

La stessa distinzione fra scienza e fede fa Eugenio Mazzarella, professore di Filosofia teoretica all’Università Federico II di Napoli, autore fra l’altro di opere come «Filosofia e teologia di fronte a Cristo», «Sacralità e vita. Quale etica per la bioetica?», «Pensare e credere. Tre scritti cristiani». Gli domandiamo come si possano conciliare, per un credente, le idee di Darwin e il racconto biblico e quanto dell'«evoluzionismo finalistico» di Teilhard de Chardin rimanga vivo oggi.  «Per le teorie darwiniane - risponde - vale in generale ciò che vale per i risultati della scienza. La scienza ci dice come le cose sono o divengono, ma circa il senso di questo essere o di questo divenire sono per così dire silenti: descrivono, non spiegano; c'è un destino ulteriore alla finestra evolutiva e cosmologica in cui veniamo al mondo? C'è un senso ai limiti patiti della nostra esperienza? L’enigma non può scioglierlo la scienza: neanche Darwin.   Teilhard de Chardin col suo misticismo evoluzionistico ha sottolineato proprio questo aspetto: il senso alla grande sintesi biologica che mette capo all’uomo non è in questa sintesi, ma in un attrattore trascendente, il Cristo cosmico che si fa carico di dare un senso agli stessi vuoti di senso - i binari morti, i tentativi andati a vuoto, i fallimenti e le regressioni - dell’evoluzione. Non c'è nessuna incompatibilità tra le teorie evoluzionistiche e il cristianesimo, a meno che esse non vogliano porsi come teologia naturale dell’autosufficienza del mondo, andando oltre l’agnosticismo di Darwin».

 

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