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Destini dispersi tra Cuba e la Bassa

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di Giuseppe Marchetti
Dei narratori nati tra la fine degli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Sessanta del Novecento e manifestatisi poi attorno ai Novanta, Davide Barilli è quello che ha mandato davanti a sé più esperimenti e più sondaggi, sempre tenendosi cara quella «casa sul torrente» che è una specie di rito umano oltreché luogo vero e proprio. Basta elencarli, questi narratori, anche in fretta - Lodoli, Palandri, Mozzi, Romagnoli, Riccarelli, Voltolini, Conti, Mari, Doninelli, Varesi, Tondelli, Canobbio e altri - per capire quanta strada ha fatto la loro intenzione narrativa e come essa abbia spesso divagato, offrendosi e sottraendosi, sul limitare del moderno e del post-moderno. Ora, invece, di fronte al più recente  romanzo di Barilli, «Le cere di Baracoa» (edito da Mursia, pag. 230; 17 euro), viene subito da pensare che l'autore ormai in vista dei cinquant'anni abbia saputo concepire e narrare fatti e personaggi che immediatamente trasferiscono il romanzo in un territorio altro, lontano e vicino allo stesso tempo, provocantemente appaiato a una misura quasi inafferrabile del destino, o, forse, ad un gioco persino atroce e curioso.
Innamorato com'è del  territorio sudamericano, Davide Barilli non dimentica mai d'avere come maestri - oltre ai geni di casa sua - Amado, Guimares Rosa, Gabriel García Márquez   e soprattutto quel mago del racconto che è Borges, il Borges «europeo» per intenderci. Anche «Le cere di Baracoa» porta questa impronta. Ma non si pensi ad un'esemplarità di comodo, ad un semplice trasferimento di personaggi e situazioni. La vicenda, infatti, è molto più complessa, cioé romanzesca. E qui, davvero, Barilli si stacca dalla consuetudinarietà dei narratori che nominavamo prima per concedersi anima e corpo a una fantasia di pressante stupore. Quella Cuba, prima di tutto, che pretende addirittura un finale «Piccolo glossario» di parole e di modi di dire. E poi «l'eco  di un peregrinare durante il quale ho incontrato le ombre, spesso appena accennate, di personaggi realmente esistiti, dal campione di scacchi cubano Capablanca a un  inedito e immaginario Italo Calvino bambino, da Errol Flynn a Magdalena Rovieskuya, la cantante russa che scappò dalla rivoluzione dei bolscevichi per gestire un hotel nella città antica di Baracoa... e poi Gino Doné Paro... il marmista apuano Luisi e la sua modella gibarena» e poi anche Barroso e Orlando, il «bicicletero» e il «tapizero».
È dal tempo di «La fascia del Turco» (1989) che Barilli ci tiene sulla corda con questi suoi stravolgimenti; poi son venuti «Musica per lo zar» e i racconti «Poltrona per acqua», prefati da Giorgio Cusatelli, «La casa sul torrente», con nota di Torelli, e infine «Piombo e argento».
Quindi, il Novecento si è concluso, e Barilli adesso avverte - è uno dei pochi autori sulla breccia che lo fa con cognizione di causa - che qualcosa è mutato, che non è più il tempo dell'intimismo ma nemmeno del delitto e del sangue senza freni e senza limiti di decenza letteraria.
Ha inventato così la sua Baracoa, che è un po' il suo gaddiano Maradagàl, il centro di un universo sconfitto, ma non distrutto, che confina con Parma, con la casa sul torrente e con la cereria dei fratelli Gabbi allo stesso modo con cui confina con Panama e Cuba. V'è certamente un buon grado di divertimento e di voluto spaesamento in questo procedere di Barilli.
Fra tante storie di delitti, commissari di polizia, prostitute violentate, servizi segreti deviati, poteri economici assoluti e politici assetati solo di denaro e di favori, Celso, Valdemaro, William  Bonardi, Palenche, Contardo, Ronco, Barroso e il dottor P. si rivelano come personaggi, anzi persone finalmente, di tutto rispetto, anime vere prese da sentimenti veri, da passioni autentiche e da una straordinaria capacità razionale.
Sono queste persone che costituiscono le tappe del viaggio verso «Le cere di Baracoa» e verso Gibara dove il narratore scopre che i libri di Guillermo Cabrera Infante sono proibiti perché contrari alla rivoluzione, e che il marmista apuano Luisi è invece ricordato come l'italiano più famoso per «aver effigiato il volto della statua della libertà che campeggia nella piazza principale della città».
Questi riferimenti che si situano tra vecchie foto, vecchie lettere e vecchie memorie, si ricollegano al fascino di certe pagine di «Musica per lo zar» (Guanda, '01), romanzo  che Ermanno Paccagnini sul «Corriere  della Sera» del 6 gennaio '02 definì «fascinoso e magico, tra picaresco e modelli mitteleuropei», proprio quei modelli che il racconto di oggi riversa sul gran fiume del tempo. Proprio quel tempo che dal decimo capitolo in poi precipita.
E' il momento che segna il passaggio decisivo verso la verità del delitto del quale Celso deve scoprire il meccanismo e i protagonisti. La sua ricerca parte da lontano, ma adesso trova un nuovo sussulto, una marcia d'avvicinamento molto veloce che si scontra con Palenche  e Contardo veri uomini della Bassa e dei pioppi del Po, e che s'incontra anche con l'atmosfera  della vendetta. L'uomo da trovare e da colpire è Bonardi che incendiò la cereria e che ora merita di morire, ma tutto si svolge come se la vicenda fosse ovattata da una nebbia fittissima, i contorni non sono nitidi, e la ferocia stessa di Celso è più velata di malinconia che di odio.
Il Celso dei Gabbi resta un personaggio emblematico e sfuggente, assapora il gusto avvelenato della morte, ma lo concepisce solo come un inalienabile risarcimento, e il cronista che descrive gli eventi è portato a comprenderne le ragioni,  a sentirne l'alito interiore, la vecchia storia mai conclusa. Davide Barilli sta dentro questo romanzo come l'accorto burattinaio che ne conosce la fine e che tuttavia fa finta di non saperlo. Così fa l'autentico romanziere, anche se, come lui stesso dice, «sono stanco di perdermi in un territorio sconosciuto. Questo viaggio, lungo e accidentato, assomiglia sempre più alla fiamma di una candela esposta al vento». Come è salito su  una montagna, così lo scrittore è sceso tra i pioppi nebbiosi del Po, e gli estremi si congiungono. Soltanto la magia di un racconto può ricongiungere ed esaltare questa fantasia che si nutre tuttavia di luoghi e persone tanto vere, e di una storia che è trapuntata di candele come in un grande cimitero dal quale si alza il brusio di mille parole: quelle dette e quelle mai pronunciate.
 

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