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«Nel mio nuovo romanzo la dimensione orale è custode del passato»

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di Sara Piovani
T'aggia imparà e t'aggia perdere», suona come una sentenza la voce di Don Gaetano all’orecchio dello «Smilzo», orfano nella Napoli del dopoguerra. Don Gaetano con i suoi racconti educa alla vita il ragazzo lasciandogli in eredità la memoria della città e assegnandogli «la sua cittadinanza a cucchiaini». La voce di questi racconti ci fa salpare dal presente della storia, quello degli Anni Cinquanta, al passato di cui Don Gaetano è testimone, il passato della giovinezza di migrante approdato in Argentina, della Napoli sconquassata dai bombardamenti della guerra e redenta dalla rivolta contro i nazisti. Gli insegnamenti di Don Gaetano, i libri presi a prestito, le attenzioni amorose di una vedova e l’amore colmo di sangue di Anna faranno del ragazzo un uomo. Ne «Il giorno prima della felicità» (Feltrinelli 2009) De Luca ci accompagna nei luoghi topici della sua letteratura e lo fa con il linguaggio asciutto, poetico e fortemente musicale al quale ci ha abituati. Da leggere e gustare lentamente questo bellissimo romanzo. E rileggere.
La memoria orale e il senso dell’udito hanno un ruolo centrale in questo romanzo. Cosa racchiudono? E in che rapporto stanno con la scrittura?
«Provengo da un 'infanzia acustica. Gli adulti si raccontavano storie recenti e remote. Le loro voci si imprimevano nella membrana della memoria con una forza di trasmissione che nessun senso possiede. Se vedo un film pure se mi commuove, poi lo dimentico. Invece niente di quei racconti ascoltati dietro porte che chiudevano male, si è perduto. Ricordo i toni di voce sommessi, commossi, agitati, buffi. La voce ha forza di incisione. Davide in suo salmo scrive: “Un paio di orecchie hai scavato in me”. Usa il verbo scavare, quello dei pozzi, perchè sono così le orecchie, pozzi in cui si versa l’acqua corrente delle parole senza perdere una goccia. Resta lì custodita e può essere attinta a ogni occasione. La memoria storica è di origine orale o non succede. Siamo in tempi in cui si invoca continuamente il ricordo, l’ingiunzione a non dimenticare, ma è esercizio retorico. Senza la trasmissione a voce da generazione a generazione, la memoria non passa.
Nella geografia della sua letteratura Napoli è luogo al quale fa volentieri ritorno. Cosa rappresenta questa città?
«Napoli è la mia origine, la mia educazione sentimentale alla collera, alla pietà, alla vergogna. Siccome scrivo solo storie mie, persone e fatti accaduti nei miei paraggi, quel luogo è un mio deposito di storie. Per chi non è di Napoli quel luogo è un concentrato di dicerie, impasto di elogi e insulti. Approfitto da oriundo del vantaggio di non dover spiegare a un lettore dove si trova Napoli, da che storia proviene. Parto da un luogo comune e lo ribadisco unico».
Una copertina bianca, come una pagina ancora da scrivere, per un romanzo dove amore e felicità segnano fisicamente e in modo indelebile una volta arrivati. Quale il volto del “giorno dopo” e l’essenza del “giorno prima”?
 «La copertina è bianca perché qualunque immagine si sarebbe sovrapposta alla libera immaginazione di chi legge nel titolo la spudorata parola “felicità”. Il bianco contiene tutti i colori, che nel bianco si disfano. Qui la felicità non è una scampagnata, una domenica. Qui avviene con forza di urto e contiene l’agguato di perdere tutto per raggiungerla. Il giorno prima c'è ancora intatto lo slancio di un popolo in armi che insorge a scacciare un esercito invasore prepotente e che rischia il suo destino per uno slancio d’ira e dignità. Unica in Italia, Napoli si libera dell’esercito tedesco da sola. Il giorno dopo, la felicità è da consumarsi in giornata, in fretta, la felicità è merce conquistata cara e deperibile in fretta».
 

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