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Donna come destino

Donna come destino
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Lisa Oppici


Ci sono ancora una volta le donne, al centro dei racconti di Alice Munro. Donne che si confrontano con le cose, con gli uomini, ma soprattutto con se stesse, in situazioni di quotidianità che però assumono valenze e prospettive universali. «Le lune di Giove», la raccolta che Einaudi ha da poco dato alle stampe anche in Italia nella splendida traduzione di Susanna Basso, è l’ennesima dimostrazione del talento, dell’acume e della capacità narrativa dell’autrice canadese, brava come pochi ad insinuarsi nelle minute pieghe del quotidiano scavandoci dentro vere e proprie voragini. Sono undici racconti, uno più bello dell’altro: storie di famiglia, relazioni spesso in bilico, amicizie, incontri. Racconti molto «alla Munro», molto suoi, con quella leggerezza pensosa, quell'intensità dolente, quel disincanto per molti versi «metabolizzato» che fanno certo parte del suo stile, del suo universo letterario. Soprattutto donne, si diceva. Le protagoniste sono loro: loro che in buona parte dei testi narrano in prima persona (con sfumature autobiografiche che sembrano palesi), loro che tengono le fila di queste storie, nelle quali ai personaggi maschili è per lo più tagliato addosso l’abito di una sicumera ostentata e vagamente sterile, coperta troppo corta di un’inconsistenza nemmeno tanto celata. La visita di un’estate delle cugine zitelle raccontata a tanti anni di distanza dalla nipote. Una relazione scandalosa tra un’insegnante di musica e un collega, «scossa» dall’intervento del caso. Le quotidiane «avventure» di due anziane in casa di riposo. Una festa di fine estate in campagna. Una donna per la quale l’assistenza al padre cardiopatico in Ospedale diventa occasione di riflessione, scavo e «bilancio esistenziale». E altro ancora. Storie normali popolate di gente normale, niente effetti speciali né lustrini e paillettes. Storie che dette così sembrano nulla, e che invece nascondono spunti di riflessione e percorsi di ricerca capaci di arrivare all’universale, alle grandi domande, ai massimi sistemi. Incuriosita dall’uomo e dai suoi rapporti con il sé e con l’esterno (persone, cose), la Munro dimostra ad ogni pagina che non c'è bisogno di vite straordinarie per andare in profondità, e che anzi le vite comuni sono già di per sé straordinarie: racconta con l’attenzione di un narratore di rango, e disegna personaggi disillusi, dolenti, stanchi, talvolta arrabbiati, spesso svuotati da rapporti via via più sterili, che si guardano dentro e si fanno indagare. Difficile scegliere, i testi sono davvero tutti da leggere e da assaporare riga per riga. Ne segnaliamo comunque due: «L'incidente» e «Festa di fine estate». Il primo non solo per la storia in sé (la relazione «scandalosa» tra due insegnanti in una città di provincia e il suo «reagire» a un evento tragico) ma anche per il modo in cui è scritta, perché dimostra quanto la Munro «scriva bene», con una forza narrativa che si manifesta limpidissima anche solo nelle descrizioni: «Un pomeriggio verso l’inizio di dicembre, Frances si ferma davanti a una finestra, al secondo piano del liceo di Hanratty. È il 1943. Frances indossa vestiti di moda quell'anno: gonna scura scozzese e triangolo a frange dello stesso tessuto, gettato sulle spalle, con punte infilate nella cintura, e una camicetta di raso color crema - di raso autentico, stoffa che presto diventerà introvabile - impreziosita sul davanti e sulle maniche da numerosi bottoncini di madreperla. Non si vestiva mai così bene, quando al liceo ci veniva per insegnare musica; allora bastavano una vecchia gonna e una maglia qualsiasi. La differenza non è passata inosservata». «Festa di fine estate» merita invece di essere segnalato perché è praticamente il racconto esemplare della Munro: perché in questa cenetta campestre apparentemente tranquilla e allegra, tra famiglie che si conoscono da tempo, c'è davvero tutto un mondo, e c'è una profondità d’analisi che non può lasciare indifferenti. Basti pensare a George e Roberta, gli ospiti, ormai asfissiati da un rapporto nel quale si è arrivati al disgusto (nella voce di lui «c'era una soddisfazione cattiva [...], la soddisfazione di chi manifesta un disgusto. È il suo corpo che invecchia [il corpo di lei] a disgustarlo»), o a Valerie, la padrona di casa: «Il suo modo di vivere, la sua persona, più ancora di qualunque opinione possa esprimere, ricordano all’interlocutore come l’amore non sia né buono né onesto e come non contribuisca alla felicità della gente in maniera affidabile». O anche a Ruth, 25 anni, figlia di Valerie, cui la Munro mette in bocca le tre righe più crudeli del racconto: «Forse siamo solo degli anacronismi. No, non è il termine giusto. Volevo dire vestigia. In un certo senso lo siamo già. Vestigia del passato».

 

 

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