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Al Nord tutto di nuovo

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Sono tanti e sono agguerritissimi. Hanno nomi come Larsson, Persson, Mankell, Nesser, Lapidus, Ekman... e sono il sostenuto manipolo di giallisti «vichinghi» che ha iniziato - da una decina d’anni ormai - il lento ma inesorabile assedio alle classifiche editoriali internazionali. Questi «guerrieri» venuti dal Nord Europa, armati solo di penna e Pc, hanno le idee molto chiare e senza ombra di modestia uno di loro (l'islandese Arnaldur Indridason edito in Italia da Guanda) arriva persino ad affermare «abbiamo successo probabilmente perché siamo i migliori»... In ogni caso, il loro successo è davvero di un’evidenza indiscutibile. Prova ne sia il fatto che, proprio in questi giorni, è nei primissimi posti in classifica l’intera trilogia di Stieg Larsson (Marsilio), il giallista svedese ormai entrato nella leggenda per essere morto d’infarto nel 2004, a soli cinquant'anni, appena dopo aver consegnato al proprio editore il manoscritto che conteneva i tre volumi della «Millenium Trilogy». Complice dell’ottimo posizionamento è la recente uscita del terzo romanzo, «La regina dei castelli di carta», l’attesissimo atto finale che ha per protagonista il giornalista finanziario Mikael Blomkvist sempre affiancato dalla regina degli hacker Lisbeth Salander. Sulle ragioni di un successo (di pubblico e di critica) così importante si sono interrogati i critici, gli editori e gli stessi scrittori, ma non è sempre facile arrivare alle radici di un boom letterario di queste dimensioni (solo per fare alcuni numeri i giallisti nordeuropei, in gran parte svedesi, pubblicati in Italia sono una trentina, di cui una buona metà si trova nella scuderia della Marsilio). In ogni caso, per capire cosa può spiegare la «calata» scandinava nelle nostre classifiche si è parlato delle atmosfere «esotiche», malinconiche e ovattate. È stata anche chiamata in causa l’universalità dei valori e delle domande su cui il poliziesco nordico costruisce le proprie trame, con un atteggiamento etico che - attingendo al rigore luterano - mette in campo una feroce critica politico-sociale al welfare state svedese. Ma ci si è rivolti anche a ragioni più specificamente socio-culturali: in Svezia gli indici di lettura sono il doppio rispetto a quelli italiani, per cui il numero stesso degli scrittori è molto alto, anche perché gli svedesi amano profondamente la propria lingua. Inoltre la maggiore cerebralità del giallo nordico in stretta relazione con un più intimo rapporto con la natura e col maggior tempo libero a disposizione sarebbero, secondo qualcuno, altrettante ragioni che avrebbero favorito l’onda lunga scandinava. Uno di questi scrittori in un’intervista, non senza una buona dose di lugubre autoironia, ha affermato: «la gente da noi è depressa per più di sei mesi all’anno perché non vede il sole. Poi, quando arriva, tutti impazziscono, in attesa che tramonti di nuovo. Il nostro carattere è bipolare, come quello dei maniaci depressivi»... Comunque stiano le cose, questi macabri ma altrettanto impertinenti nipotini di Pippi Calzelunghe (per inciso la scrittrice svedese Karin Alvtegen, pubblicata da Rizzoli e Ponte alle Grazie, è realmente la pronipote di Astrid Lindgren, la creatrice di Pippi Calzelunghe) hanno un’alta consapevolezza del loro status di scrittori. La norvegese Anne Holt, già ministro della Giustizia (in Italia esce con Einaudi), ha affermato: «(noi scrittori nordici) abbiamo un tratto in comune: siamo considerati autori ''seri'' e non di genere».

Il problema del genere, che sembra in effetti compromettere pesantemente la credibilità letteraria di molti scrittori angloamericani e di casa nostra, non pare di fatto toccare il poliziesco scandinavo, che vanta la propria discendenza dalla coppia di scrittori Maj Sjöwall e Per Wahlöö, moglie e marito. Definiti i «Simenon scandinavi», «autori del primo giallo socialdemocratico», Siöwall e Walöö (marxisti dichiarati) fra il 1965 e il 1975 (anno della morte di Wahlöö) hanno scritto dieci romanzi per i quali si è parlato di una «comédie humaine» alla Balzac in chiave poliziesca. I loro romanzi sono un affondo nel male di vivere della società neocapitalista svedese, che mirando all’opulenza ha perso di vista i valori umani più veri. Sette sinora quelli editi in Italia da Sellerio, l’ultimo dei quali, appena uscito nelle librerie, è «L'uomo che andò in fumo», dove il «commissario seriale» Martin Beck (il «Maigret svedese» per tornare al parallelismo simenoniano) deve indagare sulla scomparsa di un giornalista di successo, ma dalla pessima reputazione. Già Henning Mankell, lo scrittore svedese più tradotto al mondo (in Italia da Marsilio) ha più volte sottolineato con forza e con orgoglio l’eredità che lega i giallisti nordici al lavoro di Sjöwall e Wahlöö e il norvegese Jo Nesbø (Piemme) ha dichiarato che sono stati proprio loro a «liberare il giallo dalla letteratura di genere restituendogli credibilità e autorevolezza». D’altro canto, è esattamente questa spietata visione etica della società e delle sue inquietudini a farsi vera protagonista dell’intero corpus del poliziesco scandinavo: intorno a questo tema si costruiscono i gialli degli svedesi Leif Persson, Liza Marklund (della quale è da poco uscito con Marsilio «Il lupo rosso»), Åsa Larsson, Arne Dahl, Kjell Erikson, Camilla Lackberg (tutti editi in Italia da Marsilio), Roslund e Hellström (Cairo), Hakan Nesser (Guanda), Johan Theorin (Mondadori), dei norvegesi Kjell Ola Dahl (Marsilio) e Karin Fossum (Frassinelli), come pure dell’islandese Arnaldur Indridason, di cui è recentemente uscito con Guanda «Un corpo nel lago», romanzo in cui il ritrovamento di uno scheletro nelle acque di un lago porta l’agente Erlendur Sveinsson a indagare su di una rete spionistica del Patto di Varsavia: un giallo cupo e senza redenzione che affonda le sue radici nella storia passata e presente dell’Islanda. Una posizione particolare occupa poi lo svedese John Ajvide Lindqvist, scrittore di razza che ha saputo costruire horror metaforici di estremo interesse e di grande spessore letterario (editi da Marsilio).

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