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"Italiano, lingua viva"

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di Maria Pia Forte

Talvolta ridiamo, leggendo sui giornali termini fantasiosi come «Veltrusconi» o «Berlustroni», «pashminato» (con riferimento alle morbide sciarpe indossate dalle corrispondenti di guerra televisive) o, come è capitato pochi giorni fa, «Walterloo». Ma altre volte, di fronte a parole come «alterglobalismo», «coattume», «miserabilismo», «velinesco», «adultizzare», «nominificio», «bambinizzazione», «spammista» e via dicendo, rimaniamo interdetti: che fine sta facendo la lingua del «bel paese là dove 'l sì sona»? Ebbene, bando alle preoccupazioni: «L'italiano dei giornali rispecchia la buona qualità dell’italiano di oggi - mi dice Giovanni Adamo, dirigente di ricerca nell’area linguistica del Cnr -.  Un luogo comune vuole che l’italiano scritto sia trasandato, ma in realtà la lingua giornalistica è tutt'altro che scadente».    Giudizio autorevole, visto che Giovanni Adamo, autore di diversi saggi sulla lessicografia, ha ora curato insieme a Valeria Della Valle, docente di Linguistica italiana alla Sapienza di Roma, il volume «Neologismi. Parole nuove dai giornali» pubblicato dalla Treccani (LXI-718 pagine, 170,00 euro). Un surreale ma serissimo vocabolario che, con le sue 4.163 voci e 10.132 citazioni tratte da 57 testate, testimonia dieci anni di evoluzione, dal 1998 al 2008, non solo dell’italiano ma anche dell’Italia.  
  Professor Adamo, come si è svolta questa ricerca?  
«Dal 1998 l’Osservatorio Neologico della Lingua italiana, coordinato dalla professoressa Della Valle e da me, ha setacciato ogni giorno  tre quotidiani italiani nazionali e alternativamente una serie di testate locali, fra cui anche la Gazzetta di Parma, politiche e religiose».
    Oggi si creano neologismi a un ritmo più accelerato rispetto al passato?  
«Sì. Anche questo fa parte del complesso fenomeno della globalizzazione. La società è sottoposta a stimoli continui, la comunicazione è immediata in tutto il mondo e tendenze, avvenimenti, scoperte, innovazioni tecnologiche si diffondono rapidamente, e tutto ciò induce al conio di sempre nuove parole. In più ci sono le mode, il gusto dell’eccentricità, un certo ''consumismo'' delle parole specialmente in ambiti più alla ribalta. C'è un ricambio costante della lingua».
   Molti neologismi hanno vita breve?  
 «Sì, se sono legati a mode passeggere. Pensi al ''saccopelista'', in uso fino agli anni Settanta. Noi abbiamo registrato anche questi, che comunque fotografano la società italiana».
    Tra i giornalisti più inventivi figurano nomi noti come Massimo Gramellini, Gian Antonio Stella, Michele Serra, Aldo Grasso. La caratteristica di fondo che accomuna i neologismi è una certa enfasi, il gusto dell’iperbole?
«Penso a termini come ''ipercapitalista'', ''iperconflitto'', ''antifestivaliero'', ''antibuonismo'', ''primadonnismo'', ''ammazzacosti''...   I giornalisti, per catturare l’attenzione del lettore, ricorrono a piccoli espedienti. I neologismi rispondono spesso a questa necessità di fare colpo».
    Oltre ai giornalisti, anche intellettuali e artisti danno il loro apporto in neologismi, ma soprattutto gli uomini politici, fra cui primeggiano Prodi e Berlusconi.  
«Sì, a parte qualche parola ''d’autore'', da Ceronetti a Mina che scrive sulla Stampa, non destinate a circolare ma interessanti perché mostrano abilità nel coniare neologismi, molti nuovi termini vengono dalla politica, che introduce continue innovazioni nel suo linguaggio per la necessità di rappresentare inediti ordinamenti o fenomeni. Pensiamo al famoso ''ribaltone'', o al ''bamboccionismo'' di Padoa Schioppa, o al ''manipulitismo'' coniato nel '93 da un politico di centro, Luigi Compagna».
     O al ''fannullonismo'', che però non è stato inventato dal ministro Brunetta...  
«A usare per primo questa parola fu il filosofo e politico Aldo Capitini quasi mezzo secolo fa».
    Fra i neologismi da voi registrati sono numerosi gli anglismi?  
 «Gli anglismi sono poco più del 10 per cento. Va tenuto conto che molti si diffondono su scala internazionale. Certo, Paesi come Francia e Spagna sono più rigorosi nel frenare simili immissioni, e forse potremmo fare di più in difesa della nostra lingua. Ma anche questo fa parte del grande fenomeno di osmosi mondiale in atto, senza paragoni col passato. Il mondo anglosassone oggi è la cultura egemone ed è naturale che lasci tracce più visibili nelle altre lingue. E’ stato così anche con il greco e il latino. Abbondano anche gli anglismi italianizzati, o meglio gli ''internazionalismi'', neologismi veicolati da diverse lingue. Ed è qui che si dimostra la solidità dell’italiano. Espressioni come ''bolla speculativa'',  ''lavoratore della conoscenza'', ''risparmio etico'', ''finanza etica'', ''cavaliere bianco'', ''corridoio umanitario'' traducono correttamente modi di dire affermati in ambito internazionale. Insomma, i giornalisti riescono a trasportare in italiano con naturalezza e grande proprietà i contenuti linguistici di altri idiomi, rendendo comprensibili a tutti concetti non familiari. E nel far questo, si servono dei nostri modelli di formazione delle parole: neologismi come ''culturicidio'', ''assimilazionista'' o ''kebabberia'', formati con suffissi tradizionali della nostra lingua, sono esempi di una manipolazione corretta delle risorse offerte dal nostro sistema linguistico».
 

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