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Esotismo e nostalgia di purezza

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di Gianni Cavazzini
L'artista viaggiatore. Da Gauguin a Klee, da Matisse a Ontani». E' il titolo della mostra promossa dal Museo d'Arte della città di Ravenna, a cura di Claudio Spadoni e Tullio la Sparagni, aperta sino al 21 giugno, catalogo di Silvana Editoriale. Il viaggio, dunque, inteso come avventura, visiva e intellettiva insieme, dagli artisti dell'epoca moderna, rivolti a scoprire e a tradurre in felicità di forma e di colore i mondi più lontani, raggiunti fra mille difficoltà sui quattro continenti extraeuropei. Il modello è quello di Ulisse: del mitico ritorno a casa cantato in epoca remota da Omero, ma anche del tragitto spezzato, «le cui peregrinazioni non prendono più di diciotto ore» dell'uomo di Joyce. Se si aggiunge che proprio agli inizi del percorso, in una saletta umbratile, viene esposta, semiaperta in una teca trasparente, la «Boite-en-valise» di Marcel Duchamp, si capisce che la mostra non potrà offrire visioni di paradisi turistici, ma le testimonianze vissute dagli artisti della modernità con la sensibilità dei loro incontri personali. Nostalgia, desiderio, paura: sono i sentimenti che s'incrociano sui luoghi tradotti in immagine e riportati, quasi sempre, a casa, nella protezione delle rispettive culture. Tutto il contrario di quel che propone Duchamp, radicale «distruttore» di ogni poetica, quando mette nella sua «boite» le immagini miniaturizzate delle opere di una vita: un'operazione chiaramente concettuale, proiettata verso un «altrove» che non ha confini fisici ma che risulta del tutto interno alla dimensione dell'arte. Ed ecco che il visitatore può individuare, parzialmente fuoriuscite dalla «scatola» di Duchamp, le sagome iconiche, in dimensione ridotta, delle ironiche creazioni che l'artista francese ha consegnato alla storia. Per ricordare  qualche esempio famoso: «Breoyeuse de chocolat», ideata nel 1913, nel periodo in cui Duchamp pareva aderire alla tradizione alchemica ed ermetica. Una linea che appariva contraddetta nel 1919 con l'invenzione più clamorosa,  così potente da mettere in subbuglio il mondo internazionale dell'arte: la «Gioconda» leonardesca deturpata dai baffi contrassegnata da un titolo di allusiva scrittura erotica. E si può concludere la citazione con «Coeurs volants» (1936), in cui Marcel Duchamp prefigura luoghi del tutto mentali, tendenti ad un vero e proprio «azzeramento estetico» di ogni oggetto artistico con la celebre frase: «sont le regardeur qui font le tableaux». E dunque sono quelli che guardano a «fare» i dipinti: una regola a chi Spadoni e Sparagni, i curatori della mostra di Ravenna, si sono attenuti, nella scelta sia degli autori che delle opere. Ed ecco il viaggio che ha il suo protagonista centrale in Paul Gauguin, l'artista che il 3 luglio 1895, a Marsiglia, sale a bordo del piroscafo «L'Australien» e lascia per sempre l'Europa. A Tahiti, in verità, il pittore c'era già stato quattro anni prima, quasi per esorcizzare il tragico dissidio vissuto con van Gogh ad Arles nel dicembre 1888 e concluso da Vincent nello storico accesso di delirio del taglio dell'orecchio. Per il suo primo viaggio a Papeete Gauguin aveva ricevuto il brindisi augurale di Mallarmé e della cerchia simbolista di Odilon Redon: per dire che il pittore era l'avamposto di tutta una cultura, come si può capire anche da una lettera scritta da van Gogh al fratello Theo nei già citati «giorni di Arles». Si può capire così che dopo il ritorno a Parigi e il soggiorno in Bretagna l'imbarco del luglio 1895 porti il segno di una scelta definitiva: a Tahiti Gauguin ritrova le ragioni prime della sua pittura e della sua vita. La Francia guarda con viva partecipazione all'esperienza «totalizzante» del suo grande artista. E quando, nel luglio del 1913, Victor Segalen, giovane medico di bordo del piroscafo «L'Océanien», sbarca a Tahiti per cercare un contatto con Gauguin viene a sapere che l'incontro non potrà avvenire, dal momento che il pittore è morto tre mesi prima, divorato da una serie di mali dolorosissimi. Ed eccole le testimonianze di una inimitabile vita d'artista nelle straordinarie silografie allineate e nel magico dipinto «Donna tahitiana», 1898, venuto dal Narodni Muzej di Belgrado. Si conferma, anche da queste scelte, l'intento dei curatori: quello di offrire al visitatore i «brani di verità» che possono portarlo a costruire una nuova lettura dell'opera. La ripartizione in quattro sezioni, corrispondenti ai quattro continenti del «Viaggio», serve a guidare il pubblico nell'orientamento fra i luoghi e gli artisti con i loro percorsi individui.  C'è Paul Klee che s'entusiasma per le sere tunisine di una «bellezza indescrivibile» e c'è un altro grande, Henri Matisse, che aspetterà tredici anni prima di svelare in serigrafia le emozioni per i «grigi verde giada» delle lagune polinesiane. Un grande «orientalista» è Alberto Pasini, nativo di Busseto e preparato dagli studi al «Toschi» a Parma prima del trasferimento a Parigi. Un suo quadro, «Fontana turca», 1873, è un capolavoro per sorpresa cromatica e sapienza luministica. Un altro parmigiano, Roberto Guastalla, ha seguito le orme di Pasini nel suo documentare scene di vita in posa di un Oriente che si fa domestico di gesti e di colore. Un terzo parmigiano è presente in mostra: Deogratias Lasagna, attento nella documentazione pittorica di scene dal Brasile. Come si può vedere l'«artista viaggiatore» è una presenza costante dell'epoca moderna: dal realismo ottocentesco di Ippolito Caffi all'«arte primitiva» di Jean Dubuffet, prima di passare ai protagonisti dell'Informale come Tobey e Mathieu, per finire con le esperienze esistenziali ed estetiche dei contemporanei: come Mondino, Boetti, Ontani.
Sono lì a testimoniare il fascino del «viaggio», inteso, talvolta, come un tragitto mentale, quello che voleva Duchamp con la sua «scatola», racchiuso dentro la dimensione dell'arte.

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