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Emancipate, libere, realizzate: ritratti per un felice 8 Marzo

Emancipate, libere, realizzate: ritratti per un felice 8 Marzo
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di Marzio Dall'Acqua
Le modelle ed il pittore    «Only women's», solo donne o donne soltanto, con quella sfumatura linguistica e di senso, che tradisce l’ironia, che si intrufola con aria di folletto irriverente, nell’opera di Tiziano Marcheselli, da sempre.
 E sono volti di donna che si affacciano su spazi precari, bidimensionali, sghembi, casuali ritagli di nascoste pareti, come fossero in angolo, talora emergendo da dense oscurità che corrodono l’intera immagine, o campeggiano su improbabili colori di cieli irreali eppure solari.
 Ma quello che conta è la figura, il volto, la testa e talora poco più del busto, per cui ogni ritratta domina la tela, si impone in un colloquio diretto con lo spettatore o meglio all’ammirazione, alla contemplazione, ad un guardare con fissità, con attenzione critica, a scrutare attraverso il volto o gli occhi nell’anima, come in uno specchio.
 Queste donne si affacciano sole, proprio come se si specchiassero, come se la tela fosse il riflesso di una immagine, l’eco che persiste, che risuona, che si rimodula al d là ed oltre il tempo.
  La quotidianità, la stagione e l’ora, spesso sottolineate da particolari talora minimi del vestito, ripresi con maniacale cura fiamminga, diventano eterno presente e annullano ogni coordinata temporale nell’intensità di una espressione, di una segreta passione, di una privata emozione.
  Tutte infatti hanno il distacco del momento esclusivo, particolare, del guardarsi nello specchio, dello scoprire se stesse con quel coinvolgimento e con quel distacco che è tipico delle donne che rende il momento ineguagliabile, anch’esso eterno nel suo fluire di luci, di riflessioni, di sfumature.
Marcheselli è per l’essenziale, ma questo non gli fa rinunciare a fare delle ombre e delle luci la necessaria ambiguità figurativa alla quale ciascuna donna si affida per valorizzarsi, al chiaroscuro della scena sulla quale recita la sua parte, al suo sapersi annidare, da regina però, negli spazi anche minimi del quotidiano, del domestico.
 Sono donne che si avverte subito libere, padrone di sé, dominatrici del proprio destino. Il pittore le coglie in un momento intimo con pudore, empatia, partecipazione e non senza un certo tremore. La sensazione dello specchio ritorna perché nessuna guarda davanti a sé, ma gli sguardi sono tutti obliqui, sognanti, interrogativi, scrutatori ed interrogativi. Si volgono alle spalle, all’interno di sé, ad un interlocutore fuori dal quadro: mai al pittore che definisce la posizione di chi guarda la tela.
 Il pittore è ignorato dalle sue modelle, che sono tali però proprio perché non si collocano in una posa che possa far ricordare questo ruolo, ma ne hanno il distacco, la pretesa di racchiudere e sintetizzare tutta la femminilità, di divenirne un prototipo. E sono donne aggressive, dominanti, irruenti dalle forti personalità e Marcheselli ammirato ne è come intimorito ed, in qualche caso, con riferimenti criptici, comprensibili a lui e alla ritratta, cerca di annodare un rapporto, una relazione, quasi una intimità con svagata ironia e complice affetto.  
  Sono però donne senza ruolo, apparizioni di una ideale galleria che mescola attrici famose con parmigiane, in un percorso questo sì personale di Marcheselli, dal mito, dal sogno, dalle apparizioni che hanno formato la sua personale percezione della femminilità alle «amiche», perché con tutte ha intrecciato legame di frequentazione, di complicità e solidarietà.
L’immagine della modella ancor più si dovrebbe annullare ed invece persiste proprio perché la sequenza diventa una confessione dell’artista sulla sua concezione dell’«eterno femminino».  
 L’elaborazione da una sequenza fotografica iniziale dissolta e dissimulata in forme pittoriche, colori irrituali, con la forte mediazione del linguaggio pop nel gigantismo della figura non completa, nel mantenere l’irrealtà della figurazione come rifacimento artistico, nell’atemporalità senza profondità di spazio, mantiene il carattere artificiale e artificioso dell’immagine in uno specchio, per cui la sintesi non a caso è un’opera di Roy Lichtenstein che manipola e assolutezza un fumetto di una «ragazza che si guarda allo specchio», mentre la conclusione è una vecchia anonima dei borghi di Parma, una figura come non ci sono più, nella fierezza della sua storia raccontata dalle rughe sul viso, che non ha più necessità di rimirarsi e definirsi, giocata com'è nella vita.

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