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Rembrandt, prodigio di perfezione

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di Stefania Provinciali
Arrivano da Parigi cinquantacinque incisioni all’acquaforte di Rembrandt van Rijn (1606-1669), gemme del fondo Dutuit del Petit Palais, presentate accanto al Faust del maestro olandese che fa parte della collezione Magnani Rocca così da documentare, in modo ampio, la produzione dell’artista che sbalordì i suoi contemporanei per la libertà rappresentativa e per l’approccio tecnico.
La mostra, «Rembrandt dal Petit Palais di Parigi», si inaugura domani alla Fondazione Magnani Rocca, a Mamiano di Traversetolo,  si aprirà domenica  al pubblico e sarà visibile fino al 28 giugno. Due in particolare le chiavi di lettura di questa nuova iniziativa. Da un lato, per la ventesima «Ambasceria Internazionale» il Petit Palais ha scelto la Fondazione Magnani Rocca per proporre un consistente numero di opere che rappresentano non solo l’arte di Rembrandt ma anche l’insieme più significativo mai prestato dal museo parigino all’Italia.
Dall'altro lato, la scelta di presentare nella casa museo di Luigi Magnani questi capolavori incisori non è affatto casuale. Vuole essere, infatti, un omaggio alla passione che il collezionista manifestò per l’arte incisoria, confermata dalle numerose e sceltissime opere presenti nelle raccolte permanenti di Villa Magnani. L'incomparabile importanza di Rembrandt nella storia dell’arte, e in quella incisoria in particolare, si deve alla capacità con cui l’olandese seppe combinare padronanza dei mezzi tecnici, inventiva, ricerca espressiva, delineata con mirabile chiarezza attraverso il trionfo del particolare, della tecnica, della sua prodigiosa cultura figurativa, con l’intensità emozionale e rivoluzionaria dei suoi celebri ritratti e autoritratti, la magia delle sue scene bibliche, la sintesi modernissima dei suoi paesaggi.
Nella prima metà del XVII secolo furono proprio gli artisti olandesi a sperimentare le potenzialità dell’acquaforte, alla ricerca di maggiori tonalità da regalare alle stampe di paesaggi ed insieme per riprodurre un effetto «pittorico», stampando su carta o tela colorata e ravvivando poi i colori con un pennello. E' probabile che Rembrandt abbia seguito con molto interesse questi sviluppi che aprivano nell’incisione le porte alla libera gestualità espressiva, al «segno» come mai era stato presentato. Il modo magistrale con cui impiegava la puntasecca e il caratteristico nero profondo di molte sue opere, divennero subito celebri tanto che conquistò ben presto i numerosi collezionisti di stampe a lui contemporanei.
 Come nessuno prima si è, infatti, misurato con l’acquaforte, in particolare con la cosiddetta incisione a puntasecca, portando entrambe le tecniche alla perfezione e cogliendo dell’acquaforte le sottigliezze, nei ritratti dove l’ombra dona plasticità alle forme o vibranti penombre mettono in luce la scena come ne «Il pesatore d’oro» (1639).
In altre opere, da citare «Il ritorno del figliol prodigo» (1636), l’artista differenzia lo stile grafico adattandolo ai diversi soggetti della rappresentazione per giungere ad una realtà interpretativa di rara perfezione. Per Rembrandt la piastra di rame equivaleva ad un foglio di carta sul quale eseguire i propri disegni: da un lato la capacità di dar spazio a linee morbide, densamente allineate, dall’altro quasi accennate per delineare i contorni, lo porteranno verso effetti pittorici unici. Negli anni Quaranta l’universo di Rembrandt si arricchirà di una nuova tematica , il paesaggio, portando a compimento la capacità di affrontare con l’incisione ogni genere.
La «Stampa dei cento fiorini», a tema sacro, (1649 circa), considerata da molti contemporanei la quintessenza del Rembrandt acquafortista e già nel Seicento valutata con cifre da capogiro da cui il titolo del foglio, è la prima grande opera dell’incisore in cui l’ombra diventa elemento plastico ed espressivo. Dopo gli anni Cinquanta del Seicento si configura il periodo tardo dell’artista, quasi un’apoteosi finale che è appannaggio esclusivo dei grandi.
L'affascinante viaggio nel mondo delle incisioni del grande maestro, trova spazio non solo nella mostra ma anche nel catalogo (Silvana Editoriale) che godono entrambi della raffinata curatela di Sophie Renouard de Bussierre. Un viaggio nell’arte voluto dalla Fondazione Magnani Rocca assieme a Fondazione Cariparma, Cariparma Gruppo Crédit Agricole e un pool di sponsor tecnici.
La mostra trova precisi riferimenti nei rapporti di collaborazione della Fondazione con musei ed istituti di tutto il mondo. «E' di particolare attualità la collaborazione artistica fra Italia e Francia col recente accordo fra il Ministro per i Beni e le Attività Culturali italiano Sandro Bondi ed il Ministro della Cultura e della Comunicazione francese, Christine Albanel, che, richiamando l’Accordo Culturale bilaterale del 1949, ha formalizzato i termini di un’intesa nei settori del patrimonio, della creazione artistica e delle industrie culturali», conferma Manfredo Manfredi, presidente della Fondazione Magnani Rocca.
«Già in precedenza - aggiunge - i rapporti fra la Fondazione e le istituzioni museali francesi avevano conosciuto momenti di reciproca valorizzazione, altamente significativi, attraverso mostre e prestiti che culminano con questa nuova proposta a sancire “l'internazionalità” della Magnani Rocca nei cui spazi sono già state ospitate opere della National Gallery of Art di Washington, del Prado di Madrid, del British Museum di Londra».
Ma la mostra dedicata a Rembrandt trova ampi riferimenti anche nella mission della Fondazione stessa a cui il presidente Manfredo Manfredi fa sempre riferimento e cioè «di promuovere l’interesse e l’amore per l’arte attirando un pubblico sempre più ampio e diversificato. La cultura è un bene di tutti e tutti devono beneficiarne. Ciò che conta è far uscire l’arte dalle Accademie e renderla patrimonio di tutti». In quest’ottica Manfredi preferisce non soffermarsi, per ora, sui futuri progetti. C'è nell’aria qualcosa di nuovo, anzi innovativo, destinato a svilupparsi sul filo dei principi citati.
 

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