Arte-Cultura

Il colore alle soglie dell'anima

Il colore alle soglie dell'anima
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di Manuela Bartolotti
«Malinconico Po». Questo è il titolo dell’Antologica dedicata a Goliardo Padova in occasione del centenario della nascita e del trentennale della morte (Casalmaggiore 1909 – Parma 1979) e aperta al Mam di Gazoldo degli Ippoliti (Mn) fino al 13 aprile, grazie al copioso prestito di opere da parte del figlio Florenzio.
Se però intendiamo la malinconia nel modo più superficiale, ossia una sorta di languore disarmante e disarmato, allora non abbiamo inteso il vero senso di questo termine associato alla pittura di Padova. Intanto perché non si può e non si riesce ad accostare questi quadri con leggerezza; la bellezza cromatica è solo la soglia, la nota di testa per essere poi trascinati in una corrente di colori ed emozioni profonde. Si finisce nelle sabbie mobili dell’anima. Non è facile uscirne. Malinconia era, per gli antichi, l’attitudine del creativo, lo stato d’animo che predisponeva alla comprensione intima della realtà, l’umore del genio, un ripiegarsi per rigerminare, per sospingersi verso la rivelazione. E’ sul Po, luogo-metafora di vita e natura, che tanti artisti hanno cercato (e trovato) l’alchemica Pietra filosofale, da Parmigianino a Padova.
Questa altro non è che la compiutezza della loro arte, la riuscita trasformazione della materia, dell’impasto in qualcosa di vivo, palpitante. Talmente vivo da respingere ogni mediazione artificiosa, dalla luce elettrica alla fotografia. Non c’è forse pittura come quella di Padova che si mostri ostile alla riproduzione fotografica, all’illuminazione artificiale. Richiede la visione diretta, meglio la luce del sole, segue le evoluzioni del giorno, mentre certe tele scure lasciano emergere increspature luminose, vibrazioni che risaltano sfiorate da raggi in penombra. Allora il «passo» rosso di uccelli si accende e si muove, il gatto raggomitolato respira e il pelo crepita, gli insetti scivolano in vana «lotta verso la cima marcia». Renzo Margonari, curatore della mostra, ha coraggiosamente azzardato un confronto con Vincent Van Gogh.
Ci sono due tele di paesaggio collocate una sopra all’altra, che inducono più d’ogni altra al richiamo con l’olandese (certi movimenti di pennello, certe sinuosità, la luce quasi strappata al cielo).
Tuttavia, le direzioni e gli atteggiamenti esistenziali sono opposti; Padova passa dal Chiarismo dei primi periodi verso tinte più cupe, mentre Van Gogh all’inverso va dai terrosi interni quasi seicenteschi dell’inizio alle esplosioni solari della fine. In entrambi c’è la crescita e la struggente decadenza, una vita vorace, troppo amata e che non lascia scampo.
Sì, ci dice Padova, la vita è nel sole, ma non solo, è luce ma non solo; è anche linfa prigioniera, è un nido vuoto, una canna che si piega, una schiena di contadino che si curva, un’ala in discesa, l’acqua che ristagna e riluce in una lanca blu. E’ un «Corvo più, un corvo meno». Non importa, tanto la natura ricomincia e la storia dell’uomo con lei. Van Gogh era ansioso di vita, la bramava disperatamente, Padova era rassegnato a essa, al suo irrompere silenzioso, continuo: una striscia di lumaca brillante nell’oscurità, un lavorio incessante di corruzione e germinazione.
 Il suo nero raccoglie tutti i colori, li serba brulicanti, così come nel fango, nel limo ottusi si preparano i semi alla germinazione.
Viene in mente il verso di una famosa canzone di De André: «dal letame nascono i fior». Questa è la speranza nell’arte di Padova: l’accettazione e la consapevolezza della forza della natura, della vita. Quella che è lì, quasi palpabile, nei suoi quadri, da vedere dal vero. Davvero.
 

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