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Inquietudini mediatiche e altre visioni

Inquietudini mediatiche e altre visioni
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Gianni Cavazzini
«Mario Schifano nel cuore e nell'anima». Sotto questo titolo Roberto Bertorelli ha riunito nella sua galleria «Il Sipario» (strada Cairoli 11, aperta sino al 9 maggio) una quindicina di opere del grande artista romano di cui è stato amico in vita. Vi sono riuniti i temi elettivi di Schifano, qauelli fondati, come diceva, sulla «costante attività del guardare». Si comincia, in senso cronologico, con «Futurismo rivisitato», 1966, che fissa in immagine i protagonisti del movimento artistico lanciato giusto un secolo fa da Marinetti con il suo rivoluzionario «Manifesto». Tratti da una storica fotografia appaiono in primo piano i quattro pittori che poi diedero forma poetica alla violenta polemica del Futurismo contro il «passatismo» benpensante: Boccioni, Carrà, Russolo, Severini. Un messaggio che l'artista recepiva nella sua totalità sino ad assumerlo come segno del suo mobile e inquieto percorso creativo.

Alla svolta degli anni Settanta Schifano scopre nel televisore un mezzo primario di mediazione della realtà: dall'«ora esatta», al «comizio», ai miti della musica «pop». Una rilettura dei tre quadri qui esposti sul tema consente di capire che la scelta dei soggetti non è dell'artista ma viene scandita sui ritmi della comunicazione televisiva. Se prima, in «Futurismo rivisitato», non era la pittura ad essere tradotta ma piuttosto l'immagine di chi l'ha realizzata, qui ogni responsabilità viene lasciata alla televisione e ai suoi anonimi manipolatori quotidiani.
Il rapporto mediato con la realtà di natura è stato uno dei fili conduttori del viaggio di Schifano: si ricordno immagini di campagne e foreste solitarie nel primo periodo dell'artista, il quale poi, nel '70, approda ai «Paesaggi anemici», di cui appare in mostra un esempio di alta qualità pittorica.

 Si procede, poi, con gli altri temi: «Campo per il pane», 1988, «Isola di Capri», 1990, una sorte di manifesto in cui si ritrova quella tensione costante che conduce Schifano a rivivere le esperienze delle avanguardie in un confronto sottile e originale con i linguaggi emersi nel dopoguerra. In «Mangia il fuoco», 1991, richiama l'incendio visionario del futurismo di Balla per narrare gli episodi di una violenza distruttiva che tocca le fondamenta della nostra stessa civiltà.
Così, valutato ora a, poco più di dieci anni dalla scomparsa, Mario Schifano, si conferma l'artista più potente uscito dalla generazione entrata in scena, in Italia, negli anni del dopoguerra.

Dalla prima stagione dei «monocromi» (testimoniata in mostra da uno smalto su carta degli anni 1960-62 di vivida brillantezza cromatica) si impone nel mondo artistico romano  con le sue inconfondibili pitture fatte di stesure non tonali, tanto che, alle prime apparizioni (ricordo una sua mostra vista a Roma alla galleria «La Tartaruga»), i quadri esposti venivano giudicati, dai più, come degli indici segnaletici.
Ma chi sapeva «guardare» si accorgeva presto che quelle stesure avevano il potere di inserirlo nelle coordinate spaziali del colore. Ed è quel che il pittore è riuscito a fare anche negli anni a seguire per l'intero corso della sua breve vita.
 

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