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Il pittore ritrovato

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di Pier Paolo Mendogni
 

Italia delle sorprese. Serra San Quirico è un antico paesino adagiato su una delle tante morbide colline che danno alle Marche un aspetto di quieta dolcezza, che qui però si trasforma improvvisamente in uno spettacolare, romantico scenario di gole dalle profonde pareti rocciose e di grotte incantate di forme suggestive nelle loro millenarie mutazioni.
Ebbene, come a voler fare concorrenza alla bellezza spontanea della natura, qui  sorge una delle chiese barocche più singolari, straripante di stucchi bianchi e dorati, di tele, di affreschi: uno stravolgente e coinvolgente delirio decorativo dettato dalla fede e dall’horror vacui. Dedicata a Santa Lucia, è stata fatta ricostruire dai monaci silvestrini, dopo un violento terremoto, nella seconda metà del Seicento, portandovi l’arte e la cultura di Roma, sede della casa generalizia dell’ordine fondato nel XIII secolo da San Silvestro da Osimo e fiorito sul tronco della grande famiglia benedettina. Tra decine di putti, adolescenti angeli musicanti e femminee virtù, si trovano incastonate, vicino a precedenti pale del Cavalier d’Arpino e Giovan Francesco Romanelli, ben sette imponenti tele di Pasqualino Rossi, cinque delle quali dedicate, nell’abside, alla storia di Santa Lucia con martirio e trionfo nella sfolgorante gloria divina.
Pasqualino Rossi è l’altra stupefacente scoperta di questo luogo e a lui viene dedicata la prima mostra monografica nel Polo museale attiguo alla chiesa (fino al 13 settembre): è intitolata «Pasqualino Rossi. La scoperta di un protagonista del Barocco» e l’hanno curata Angelo Mazza e Anna Maria Ambrosini (catalogo Silvana editoriale).
Pasqualino Rossi (1641-1722) è uno di quegli artisti che hanno goduto un notevole successo in vita ma che dopo la morte sono scivolati nell’oblio avendo lasciato poche opere pubbliche in quanto la loro committenza è stata prevalentemente privata. Anche le notizie su di lui scarseggiano in quanto gli archivi sono ancora da esplorare e il catalogo è da ricostruire. La sua attività non era però sfuggita a Luigi Lanza, uno dei più importanti storici dell’arte della fine del Settecento, che di lui ha scritto: «Nelle quadrerie si veggono giuochi, musiche, conversazioni, e simili capricci da lui lavorati in piccolo che, ove però con più studio, per poco cedono à fiamminghi».

Nato a Vicenza, sulla sua formazione non si sa nulla pur intravedendo nella sua pittura alcune note venete e nei dipinti religiosi echi correggeschi, dovuti forse a qualche soggiorno a Parma, dove viveva suo fratello. La sua carriera artistica però si è svolta a Roma e qui nel 1668 è stato ammesso tra i virtuosi del Pantheon e nel 1670 nella prestigiosa Accademia di San Luca; infatti i suoi quadri si trovano in diverse importanti chiese romane e nelle collezioni di famiglie gentilizie come i Colonna, i Pallavicino e i Doria Pamphilj. Due sono le tematiche prevalenti: quella religiosa e quella legata alla descrizione di scene di vita quotidiana. I dipinti religiosi hanno la loro più alta manifestazione nelle Storie di Santa Lucia in cui il barocco romano si esprime con sciolta classicità vivacizzata da alcune realistiche annotazioni lottesche e da una cromatica brillantezza veneta. Nella «Deposizione», presente in mostra, si notano echi di un’affettività correggesca che ritroviamo pure nella «Sacra Famiglia» di Cortona e nell’Ascensione di Santa Lucia è palese il richiamo ai pennacchi del Duomo di Parma. Nella rassegna prevalgono temi di «genere» sui quali viene posto a confronto con pittori che si sono occupati della piccola realtà quotidiana quali Pietro della Vecchia, Monsù Bernardo, Antonio Amorosi, Francesco Todeschini, Giuseppe Maria Crespi. A differenza di molti di costoro, che hanno accentuato l’aspetto caricaturale o inquieto nella descrizione dei personaggi e delle loro azioni, Pasqualino Rossi ha rappresentato la quotidianità con un realismo garbato, con argute sottolineature di costume e talvolta con l’aggiunta di particolari allusivi a metafore letterarie o a motti popolari che conferiscono al racconto un significato più brillante e colto. La «Lezione di cucito», in passato assegnata al bolognese Crespi, è il racconto esemplare di un brano di vita borghese animato dall’intensità della partecipazione colloquiale di tutti i presenti le cui espressioni sono state rese più incisive da rapidi colpi di luce che squarciano la penombra brunita dell’ambiente. Lo stesso ritmo serrato si ritrova nella «Lezione di musica» in un clima di spumeggiante effervescenza. Questa freschezza discorsiva, riscontrabile anche nei «Giocatori di dadi», si tramuta in spontaneità affettiva nei piccoli dipinti di carattere religioso come «Il matrimonio mistico di Santa Caterina d’Alessandria» vibrante di una squisita sensibilità. Ma anche in un episodio tragico come la «Decollazione di San Giovanni Battista» la crudeltà è attenuata dalla grazia leggera delle due donne.

 

 

 

 

 

 

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