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Arte-Cultura

Carver minimalista? Una bufala

Carver minimalista? Una bufala
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Elissa Piccinini


Storie brevi, brevissime. Storie assurde, di follia, alcolismo, disamore. Storie di vita e di vite lacerate. Sono disperatamente così le storie di Raymond Carver, quelle raccolte in «Principianti». Da poco uscito con Einaudi, il volume rappresenta la versione originale del libro «Di cosa parliamo quando parliamo d’amore», raccolta carveriana del 1981, oggi restituita a quell'integrità originaria perduta dai tempi delle «amputazioni» subite in occasione della prima pubblicazione americana. Fu infatti l’allora editor di Carver, Gordon Lish, a sottoporre «Beginners» (questo il titolo originale) a una spietata opera di taglio e revisione, che scosse profondamente il già fragile e sempre precario equilibrio psicologico dello scrittore statunitense. Il manoscritto fu infatti tagliato («mutilato») di oltre il 50%, probabilmente (scrive Riccardo Duranti in una nota conclusiva) perché Lish aveva «intravisto nei racconti di Carver le qualità necessarie per lanciare l’operazione Minimalismo sul mercato letterario, usandolo a mò di ariete dopo averlo manipolato e reso più simile all’idea di fiction che aveva in mente». Fu solo la compagna di Carver, Tess Gallagher, a consigliare al partner (che minacciava la rescissione del contratto editoriale) di attendere tempi migliori per una nuova pubblicazione dei racconti «violati» da Lish nella forma originale. Ma la morte, sopraggiunta dopo un solo anno da una spietata diagnosi di cancro, impedì a Carver di vedere realizzato il progetto cui tanto teneva. Così oggi, a distanza di vent'anni dalla morte dello scrittore, anche grazie all’impegno della Gallagher, William Stull e Maureen Carroll dell’Università di Hartford hanno riconsegnato il testo alla «verginità» originaria. Carver, si diceva, fu forse davvero «sfruttato» da Lish per una «operazione Minimalismo». Da fine e lungimirante editore qual era, Lish si rendeva infatti conto di non possedere le adeguate qualità narrative che animavano invece la prosa di Carver (è questa la tesi sostenuta da Duranti). Ma così, mentre Lish da una lato faceva di Carver un’icona letteraria del Novecento, dall’altro lato lo legava a un’etichetta che lo scrittore non ritenne mai sua: «è un’etichetta usata per designare un sacco di scrittori straordinari, ma è solo questo, un’etichetta» ebbe a dire una volta lo stesso Carver.
E così, eccoci ancora, a distanza di vent'anni, a parlare della prosa di Carver e della forza dei suoi racconti, ma sgombrando il campo una volta per tutte da qualsiasi preconcetto minimalista o postmoderno alla luce del quale si pretenda di leggere il suo lavoro. I racconti di Carver sono quanto di meno schematico e strutturato possa trovarsi in letteratura. Sono narrazioni libere, sciolte dai vincoli di un esordio, di una Spannung e di uno scioglimento conclusivo. In essi non c'è, in fondo, né trama né fine. La diegesi, il narrato tout-court, ha il passo ozioso della vita, di una quotidianità che non conosce l’eccezionalità di eventi perturbanti, quanto piuttosto il ritmo digressivo di un logorante male di vivere. Per loro si è parlato di «fotografie narrative». Ma non si potrebbe, a rigore, neppure utilizzare questa metafora se si pensa a scatti a «soggetto forte» o «a posa». I racconti di Carver potrebbero essere, più verosimilmente, scatti rubati, immagini colte da un treno in movimento, frammenti di stanca, dolorosa umanità. L’unico passaggio «ad effetto» si rivela, talvolta, un incipit straniante: un uomo dalle mani-uncino, una camera da letto allestita nel giardino dirimpetto a una casa, un rumore sospetto nel cuore della notte, una torta rovesciata sul vialetto di una casa... Sono questi gli eventi minimi che aprono il sipario su scene di assurdo quotidiano, su affondi nell’animo disperato di uomini grigi, senza speranza di redenzione. Uno dei temi cardine dell’intera raccolta è poi quello della vita di coppia, una coppia molto stesso divisa da barriere invisibili o lacerata da odi, da incomprensioni, da fratture insanabili sorte dall’incepparsi del meccanismo della comunicazione, dai suoi corto circuiti. Ma altri motivi minori, che percorrono a ragnatela le diciassette storie di «Principianti», sono altrettanti dati autobiografici che hanno, in qualche misura, segnato la vita dello stesso Carver: l’alcolismo, la malattia mentale, la morte, l’innocenza violata, la follia, l’assurdo. Non per nulla, proprio «assurdo» e «follia» sono alcune fra le parole chiave che ricorrono con frequenza nelle pagine della prosa carveriana. Una prosa che corre asciutta ed essenziale, eppure altrettanto gratuita e innecessaria quanto può esserlo il susseguirsi dei giorni nella vita di un uomo.
 

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