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«Kammerspiel», si ride con il divagar-narrando di Paolo Colagrande

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Enrico Chierici


Con «Fideg» (Alet Edizioni) Paolo Colagrande vinse nel 2007 il Premio Campiello Opera Prima. Ora in «Kammerspiel» (p.257, euro 14,50, Alet Edizioni 2008) si completano e, forse momentaneamente concludono, le avventure vitali di Bisi, protagonista in entrambi e giornalista-collaboratore di un quotidiano di provincia. Come in un gomitolo, il filo della trama si avvolge su se stesso, gira intorno e scivola, mentre cresce il volume: difficile e sbagliato, riassumere le storie, perché il senso e il piacere è nella lettura della pagina, nel gioco della divagazione, nel citare, nella recita della parola. Se in «Fideg» il problema è quello di scrivere un libro, in «Kammerspiel» si tratta di come fare una rivista, mentre la moglie cade incinta, multe e tasse incombono, il lavoro al giornale è minacciato. Ci si fermi qui per la storia, perché il punto è mettere in scena tutti i tic, i luoghi comuni, i problemi veri e spesso presunti, i vezzi, i nomi degli scrittori - e il gioco è metalinguistico, sul modo di scrivere, sul linguaggio. Si cita in continuazione: Borges, Coleridge, Eco, Calvino, lo si fa a ragione e con una risata spiazzante che mette a lato, sposta il pensiero, lo fa scendere al grado zero, o appena sopra, dove stanno i discorsi comuni e le cose di tutti i giorni. Il volar basso, il realismo rasoterra, passano attraverso una lingua italiana alta, d’area padana occidentale emilian-piacentin-fidentina, con poche espressioni in dialetto ogni volta spiegate, con i giri sintattici, le costruzioni, il tono del parlato. E’ un gioco assai colto e ben dissimulato, una lieve presa in giro ai quaderni francesi, le penne morbide, i manoscritti perduti senza pathos, lo scrivere sempre lo stesso libro. Si citano Humboldt, Morris, Wittgenstein, Kundera; la «volontaria sospensione dell’incredulità» di Coleridge è perfetta per accettare «la verità» della letteratura. La proiezione dinamica del tempo (Enzesberger da Daniel Bernoulli) è spiegata con un colpo di mattarello su un cubo di pasta; il paradosso d’Achille e la tartaruga, le derive kantiane, la casualità di Monod servono per dire che «è il momento di disperarsi»: la moglie è incinta, mancano i soldi, Bisi perde il lavoro. Ora sembra che il libro giri a vuoto, ma il commercialista vanesio e inetto spiega a Bisi che il suo modo di affrontare le tematiche della vita sono «Kammerspiel con derive Biedermeir». Comincia un tormentone che, per come è detto, non significa nulla, ma svela il trucco: il libro racconta una storia intimista, borghese, novecentesca. Bisi corre a consultare il dizionario e la ricerca del significato è perfetta: subito, e ancora, si va a lato, sopra, sotto, si svicola, ci si perde. Il mondo è un garbuglio, un gomitolo barocco da cui non si esce - e lì dietro, come nelle spassose prese in giro agli editoriali di Mina sulla «Stampa» di Torino, c'è Carlo Emilio Gadda. La citazione di Sklovskij porta verso il Formalismo (in breve, conta «come» si dice, non «cosa» si dice) e, alla sua luce, diventano platealmente ridicole le uscite sul campo per schedare la realtà delle inutili scuole di scrittura creativa. Bisi è un filtro: tutto assorbe e tutto restituisce sotto forma di discorso da osteria, in un mondo di provincia dove ogni fatto di cultura può essere accolto e approvato (come la rappresentazione un po' folle del «Nabucco» di Verdi), ma dove, per essere vissuto, dovrà avere un autentico prezzo (cifra, stile, impronta) popolare. Nasce la bambina, torna il lavoro, si pubblicherà la rivista e sarà, per la voglia di collegarsi e di scrivere, e nonostante Baudelaire, «Corrispondenze». «Kammerspiel» è un esercizio di sapiente retorica che dissimula e esibisce il repertorio della grande cultura novecentesca: Piergiorgio Bellocchio, ritratto con affetto mentre discute chinato sulla ricetta di una pietanza, ne è il simbolo prestigioso. Paolo Colagrande sente sua quella cultura non sorpassata, ma accantonata sì e un po' dimenticata: la ama e per questo la mostra prendendola in giro. Il suo è un punto di vista privilegiato su un mondo che non si può rinvigorire, ma solo condividere, riconoscere nel tempo del tramonto.
 

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