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Futuristi e futurismi a Parma

Futuristi e futurismi a Parma
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Giovanni Ronchini

Ogni celebrazione porta con sé il rischio dell’agiografia, della ripetizione, in pompa magna, del già detto; nel caso del Futurismo, il rischio è amplificato dalla singolare stagione storica in cui ci troviamo a vivere. Al contrario, «Futur(pr)ismi», il convegno organizzato dal Dipartimento di italianistica dell’Università di Parma che si è tenuto lo scorso 20 febbraio - a cento anni esatti dalla pubblicazione, su «Le Figaro», del Manifesto futurista - si è sottratto decisamente a tali rischi, e si è avvicinato al Futurismo da una prospettiva squisitamente scientifica, declinata, oltretutto, in una chiave locale che oggi rappresenta probabilmente il metodo più fecondo con il quale leggere il movimento fondato da Marinetti.
Tra i risultati raggiunti in questo importante appuntamento - al quale hanno partecipato Paolo e Andrea Briganti (ideatori e organizzatori del convegno), Marco Capra, Umberto Carpi, Umberto Sereni, Fiorenzo Sicuri e Vania Strukelj -, due aspetti sono senza dubbio da rimarcare: il primo è la dimostrazione che il Futurismo è ancora un campo di indagine aperto, specie se osservato nelle sue diramazioni più periferiche, che merita di essere scorporato dai pregiudizi ideologici per accertarne fino in fondo la capillarità e la non univocità; il secondo è l’aggiornamento, a questo punto assai definito, degli studi sul Futurismo parmense e più in generale sulla stagione politica e culturale che fece da contenitore del Futurismo stesso.
 In questo senso, il convegno e la recente pubblicazione del volume curato da Andrea Briganti e interamente dedicato a Piero Illari («Piero Illari: un futurista tra due mondi», Parma, Uni.Nova, 2008) rappresentano due indagini dalle quali in futuro non si potrà prescindere.
 Innanzitutto Parma, nella prima fase del Novecento, fu un laboratorio politico niente affatto marginale. Nei loro interventi, Sereni e Carpi - due tra i maggiori studiosi di quel periodo - hanno ribadito che la presenza in città di una Camera del lavoro di stampo sindacalista-rivoluzionario e la particolare azione politica di Alceste De Ambris costruirono le condizioni grazie alle quali Parma sarebbe diventata, in poco tempo, una sorta di capitale dell’antigiolittismo.
Uno degli scontri decisivi si ebbe nell’occasione dello sciopero agrario del 1908, il cui esito, che apparentemente sorrise agli agrari, ebbe conseguenze di lunga durata e un’eco che oltrepassò i confini provinciali.
Si andava determinando sempre più quella frattura via via più profonda tra le cosiddette «due città» e si stabiliva a Parma un avamposto delle avanguardie più iconoclaste del momento.
Non è un caso, infatti, che, come ha ricordato anche Vania Strukelj e come più volte è stato ricostruito da Alberto Manzoli, Marinetti avesse frequentato Parma assai precocemente, già nel 1906, e non è un caso, ancora, che si stabilisse un’inedita alleanza tra il capo del Futurismo italiano e la Camera del lavoro, nella cui sede Marinetti avrebbe tenuto la conferenza «Necessità e bellezza della violenza».
Già nel 1911, infatti, si costituiva a Parma un «Circolo giovanile futurista» composto da studenti universitari, tra i quali Riccardo Talamazzi, Renzo Provinciali, Franco Lucio Caprilli, Giacomo Burco, Crisso Copertini e Giovanni Jori: ebbene, questo circolo condividerà, con la Camera del Lavoro, le medesime istanze di svecchiamento della classe dirigente cittadina, la medesima volontà rivoluzionaria di cambiamento e si troverà, insomma, dalla stessa parte della barricata.
 Durante gli anni che vanno dallo sciopero agrario del 1908 alla partecipazione dell’Italia alla Grande guerra, passando per la spedizione militare in Libia, Parma fu un centro incredibilmente vivace, nel quale le energie delle avanguardie artistiche finirono per combaciare con le rivendicazioni di un sottobosco politico e sociale in continuo fermento.
Si pensi alla «battaglia di Parma» del marzo 1911, quando l’arrivo di Marinetti in città causò disordini di piazza sedati solo a fatica; si pensi ancora al furibondo attivismo di alcuni dei protagonisti del Circolo giovanile futurista, come Talamazzi, in aspra lotta con l’Accademia di Belle arti, o Provinciali, diviso tra la militanza anarchica e le attività culturali (diresse, tra l’altro, «La Barricata», periodico anarchico, la cui testata, come ha rivelato Umberto Carpi, fu disegnata da Carrà).
 Il «laboratorio Parma», nel quale si metteva in pratica la prassi rivoluzionaria e si tentava un superamento a sinistra della crisi di inizio secolo, si mantenne tale anche oltre la fine della Prima guerra mondiale, e, pur nell’intrico delle faide personali e della guerra tra le fazioni - perfettamente ricostruite da Andrea Briganti, da Fiorenzo Sicuri e da Umberto Sereni -, giunse fino all’altro grande evento aurorale della nostra città: le barricate del 1922.
 Allo stesso modo, sebbene con protagonisti differenti, anche la spinta propulsiva futurista proseguì. È Piero Illari - sul quale la capillare ricerca di Andrea Briganti e le analisi relative alla sua produzione artistica condotte da Paolo Briganti hanno fatto ormai piena luce - che raccoglie il testimone della prima fase futurista parmense e che, diviso tra le sue molteplici attività (maestro, sindacalista, segretario locale del Partito comunista d’Italia, poeta e animatore culturale), contribuisce più di ogni altro a diffondere a Parma la poetica del movimento.
 Rimane da osservare il capitolo circa le eredità del Futurismo: per un verso esso si annacquò in uno sperimentalismo a tratti eccessivamente dilettantesco - si pensi, per ciò che riguarda la musica, a quanto osservato da Marco Capra -; per un altro verso fu fagocitato dalle compromissioni con il regime fascista che ne depotenziarono tutta la carica eversiva preservandone solo gli aspetti violenti e, per così dire, superomistici - interessante, inedito e particolarmente educativo è lo studio di Fiorenzo Sicuri circa il percorso compiuto dai futuristi parmensi nel corso del Ventesimo secolo -; da un altro versante ancora, quello delle arti figurative, finì invece per dare linfa alle più interessanti avanguardie artistiche del secolo breve - relativamente a questo aspetto, le riflessioni proposte da Vania Strukelj hanno dimostrato come, anche a Parma, i percorsi più affascinanti coincidano con quelli dei «grafici», come Cesare Gobbo e soprattutto Carboni. Per quanto riguarda il campo letterario, almeno per ciò che concerne Parma, sarebbe sufficiente porre attenzione a ciò che ha detto Pier Luigi Bacchini, ospite d’onore al convegno futurista, intervistato da Paolo Briganti: del Futurismo è rimasto qualche spunto, buono per una rivisitazione parodica del movimento e del periodo storico; utile come serbatoio di suggestioni per un’idea di poesia sincretica tra arte e scienza; e infine adatto a rappresentare la parabola di Marinetti stesso, invecchiato, finito senza gloria, nella memoria del poeta allora ragazzo, a parlare di improbabili tovaglie futuriste in rame nel vagone affollato di un treno.

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