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Sei autori a Mixedmedia

Prosegue la rassegna dedicata all’arte parmigiana

Sei autori a Mixedmedia
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Manuela Bartolotti
Mixedmedia. Il titolo della nuova mostra all’Associazione Gaibazzi (fino al 23 novembre) dovrebbe spiegare la varietà e la mescolanza di mezzi artistici, dei tramiti espressivi. Sono sei gli autori, apparentemente distanti: Francesco Barilli, Enrico Bignetti, Alessandro Giordani, Lufer (Luca Ferraglia), Antonella Mazzoni, Simone Racheli. Cos’hanno a che vedere le scenografie viaggianti, le stanze del sogno e della memoria di Barilli con le sconcertanti metamorfosi anatomiche di Racheli? E le rielaborazioni tra pop e concettuale delle foto di Ghirri attuate da Antonella Mazzoni con i riciclaggi di Lufer? Le inquietanti favole sotto plexiglass di Giordani hanno un qualche contatto con le provocazioni mentali e le meditazioni zen di Bignetti? 
Questi media mescolati hanno forse il comune denominatore di un sogno, di un’evoluzione fantastica che muove da oggetti recuperati, ricollocati, rigenerati nel loro significato e nel loro valore espressivo. E’ un’operazione concettuale partita da un certo Surrealismo e poi spinta al massimo dal Ready Made: la creazione è fatta di ricombinazione, rimescolanza di cose, immagini comuni ma che assumono nuovo senso se ricontestualizzati, divengono forme simboliche di forte evocazione oppure creano uno scarto, un corto circuito nella nostra mente, inducendo il dubbio dopo un turbamento iniziale. E se per Barilli è ben ravvisabile l’impostazione scenografica, registica dei suoi quadri, per gli altri l’introduzione a questo viaggio nelle più remote anse del pensiero, è magari meno accattivante, ma giocato quasi sempre con ironia. Così sono infatti opere come «Anatomica colf», interiora in forma d’aspirapolvere di Racheli, le figure poetiche, fiabesche, oniriche imprigionate nel plexiglass di Giordani, le creature grottesche e ancestrali fatte di materiali di recupero di Lufer, le combinazioni fuori tempo e spazio di Bignetti, le carte e i cappelli, metafore fantastiche di Barilli. Mazzoni con i suoi magneti sul frigorifero ammonisce che «l’arte non dice mai la verità». Forse. Non dice, ma indica la strada, anzi le innumerevoli strade per raggiungerla, per avvicinarla. Anche i mixedmedia dunque.
Manuela Bartolotti

 

Mixedmedia. Il titolo della nuova mostra all’Associazione Gaibazzi (fino al 23 novembre) dovrebbe spiegare la varietà e la mescolanza di mezzi artistici, dei tramiti espressivi. Sono sei gli autori, apparentemente distanti: Francesco Barilli, Enrico Bignetti, Alessandro Giordani, Lufer (Luca Ferraglia), Antonella Mazzoni, Simone Racheli. Cos’hanno a che vedere le scenografie viaggianti, le stanze del sogno e della memoria di Barilli con le sconcertanti metamorfosi anatomiche di Racheli? E le rielaborazioni tra pop e concettuale delle foto di Ghirri attuate da Antonella Mazzoni con i riciclaggi di Lufer? Le inquietanti favole sotto plexiglass di Giordani hanno un qualche contatto con le provocazioni mentali e le meditazioni zen di Bignetti? Questi media mescolati hanno forse il comune denominatore di un sogno, di un’evoluzione fantastica che muove da oggetti recuperati, ricollocati, rigenerati nel loro significato e nel loro valore espressivo. E’ un’operazione concettuale partita da un certo Surrealismo e poi spinta al massimo dal Ready Made: la creazione è fatta di ricombinazione, rimescolanza di cose, immagini comuni ma che assumono nuovo senso se ricontestualizzati, divengono forme simboliche di forte evocazione oppure creano uno scarto, un corto circuito nella nostra mente, inducendo il dubbio dopo un turbamento iniziale. E se per Barilli è ben ravvisabile l’impostazione scenografica, registica dei suoi quadri, per gli altri l’introduzione a questo viaggio nelle più remote anse del pensiero, è magari meno accattivante, ma giocato quasi sempre con ironia. Così sono infatti opere come «Anatomica colf», interiora in forma d’aspirapolvere di Racheli, le figure poetiche, fiabesche, oniriche imprigionate nel plexiglass di Giordani, le creature grottesche e ancestrali fatte di materiali di recupero di Lufer, le combinazioni fuori tempo e spazio di Bignetti, le carte e i cappelli, metafore fantastiche di Barilli. Mazzoni con i suoi magneti sul frigorifero ammonisce che «l’arte non dice mai la verità». Forse. Non dice, ma indica la strada, anzi le innumerevoli strade per raggiungerla, per avvicinarla. Anche i mixedmedia dunque.

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