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Labirinto dell'anima

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Giuseppe Marchetti

Non v'è dubbio che «Canti del caos» di Antonio Moresco rappresenti oggi il maggior esperimento narrativo degli ultimi trent'anni, paragonabile solo all'«Horcynus Orca» di D'Arrigo e al precedente affaticato e incompleto «Cognizione del dolore» di Gadda. Antonio Moresco pubblica finalmente da Mondadori questo romanzo  che per sua natura non sarà mai completo e perfettamente racchiuso  in un perimetro preciso, un romanzo che si dilata e si restringe  per merito (o per colpa!) del proprio naturale espressionismo  violento, dissacrante e intimamente fauve. Ma anche intimamente  grottesco e dolente. Moresco è un narratore che non aspetta il proprio lettore standosene rannicchiato dentro le pagine: lo stana, lo compromette, lo trascina e poi lo abbandona all'istinto perché possa aggirarsi stupefatto e incredulo dentro un romanzo scoppiato  che tuttavia cerca di ricomporsi (senza riuscirsi mai) aldilà del fatto narrativo vero e proprio. «Canti del caos» è, appunto, la narrazione del Caos che è in  noi, come  diceva Pirandello: Caos e Caso serpeggianti senza regole  dentro l'umanità, ed è anche, per insistentissima testimonianza dell'autore, la storia del suo dissennato inseguire l'editore, metafora suprema  del non sapersi rivelare ponendosi sul sentimento normale dell'esistenza.

Fatti che Moresco in parte aveva già raccontato in «Gli esordi» (Feltrinelli '98) il romanzo che lo rivelò, e che poi è stato ripreso , arricchito  e in gran parte riscritto in «Lettere a nessuno» (Bollati Boringhieri '97 e Einaudi '08), un testo di condanna del mondo editoriale  nostrano, ma anche di palese confessione d'impotenza e di non appartenenza a tale perverso meccanismo. Non un romanzo, dunque, bensì  un saggio di scandalosa confessione autobiografica. «Canti del caos» riassume e ripropone l'immenso tutto di Moresco in tre parti che sono le stazioni di un cammino  lunghissimo e mai finito: quel cammino che, pur con altre intenzioni, aveva intrapreso Pasolini in «Petrolio»: narrare tutti i possibili anfratti del carattere umano senza fermarsi davanti alle difficoltà dei sessi, delle opinioni sociali e religiose, dell'onorabilità ipocrita e di tutto quanto si può oppure ignobilmente tacere. Moresco compone dunque una macchina rivelatrice che scava da ogni parte impossessandosi di rifiuti, scorie, lacrime, sorrisi, sangue, sperma, parole, violenze, pagliacciate e contraddizioni le più diverse. Non arretra mai,  non si pente, e usa tutti gli stratagemmi che conosce per penetrare la realtà umana sino alla più vergognosa degradazione. Ecco il suo espressionismo: che è, poi, l'esito alto del suo romanzo, ma anche la sua rovina e la spia della debolezza strutturale dell'impianto narrativo complessivamente osservato.

Forse, però, Moresco non vuole giungere a un tal punto: gli basta  aver buttato nel vortice del vulcano, che erutta continuamente, se  stesso e i suoi personaggi-simboli che vengono chiamati a collaborare al romanzo, non scriverlo, perché per scriverlo si esibisce solo Antonio Moresco, quell'uomo che è in grado di gridare Io all'infinito gestendo così il mondo della propria e dell'altrui  sorte tra fughe, inseguimenti, eiaculazioni, corpi in disfacimento,  scheletri e perversioni che feriscono le mille pagine del libro  e della sua carne risentita e purulenta. Di questo passo, dove  si arriva? Si arriva alla concezione di una palingenesi finale  dalla quale spunta il nome di Dio mentre lo scrittore sta morendo «all'incontrario, all'indietro, senza essere nato e neppure concepito»: dunque un sostanziale Nulla che si ripercuote nella non-creazione del tempo che sarà. A questo punto la concezione del romanzo non ha più scopo alcuno e abbandona se stessa diventando un pensiero lontano, astratto, indifferente. Il caos precipita nel silenzio che è il suo aldilà senza storia e senza voce. Quante parole di scherno e di crudeltà per giungere a questo estremo!
 

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