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Borgo San Donnino in camicia nera

"La Fidenza del Ventennio" in vendita con la Gazzetta a 8,80 euro più il prezzo del quotidiano. Presentazione al Teatro Magnani

Fidenza del Ventennio

Fidenza del Ventennio

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Gabriele Grasselli
Fidenza e il Ventennio fascista: si è scritto pochissimo su questa stagione cupa ma intensa e dunque poco se ne sa. Eppure è il periodo in cui la città inizia ad assumere le sembianze che conosciamo, cambia il suo nome, Borgo San Donnino, riprendendo quello romano e il tessuto urbanistico si sviluppa velocemente e con raziocinio moderno. Ora arriva a colmare la lacuna un volume documentatissimo, prezioso e divertente firmato da Graziano Tonelli (edizioni Mup, la presentazione avverrà sabato alle 16 al Ridotto del Magnani: il libro sarà in vendita con la Gazzetta  a 8,80 euro più il prezzo del quotidiano).  Con passione ed evidente affetto Tonelli, attuale direttore dell’Archivio di Stato di Parma, ha compiuto un puntiglioso lavoro di biblioteca attingendo a riviste e «Gazzette di Parma» d’epoca, ma soprattutto a deliberazioni comunali e rari e dimenticati documenti originali. La ricostruzione politica è puntuale (Borgo San Donnino non sarà risparmiata da tensioni, scioperi, tafferugli, roghi, irruzioni, un clima turbolento che spianerà la strada all’affermazione fascista), ma il racconto prende vita nelle pieghe, nei dettagli della rievocazione storico-sociale dedicandola alle opere pubbliche via via progettate e realizzate e soffermandosi soprattutto sulla quotidianità del popolo borghigiano (e, dopo il 1927, fidentino) fotografato in un momento storico brulicante e sanguigno ancora ignaro dell’approdo nella tragedia della seconda guerra mondiale.
 «La Fidenza del Ventennio» è quindi una scoppiettante miniera di vicende, personaggi, notizie, curiosità, corredata da un’iconografia precisa e abbondante, con molte immagini pressoché inedite concesse dai discendenti delle famiglie che vissero quei decenni infervorati. Sarà una festa, dunque, per chi c’era allora e per chi è più giovane ma curioso dei «come eravamo» gustarsi il trenino per Salsomaggiore di passaggio nel quadrivio di Santa Maria, la bella corriera di Dino Pietralunga che collegava Borgo a Pieve Cusignano, il Casermone appena eretto in mezzo ai prati, le foto di classe quando si andava a scuola nella Rocca, i primi distributori di benzina per le primissime automobili, un «trasporto eccezionale» in partenza dall’officina Mariani e Massenza, il centralissimo punto vendita di chincaglierie e giocattoli Danelli, la fondazione del Moto Club, il bar di servizio della Casa Littoria, decine e decine di volti, figure, case, insegne, manifestazioni, eventi sportivi. 
Certo, non manca la documentazione di comizi, adunate, militi inquadrati, camicie nere in battaglione, manipoli di camerati in partenza alla stazione, «squadristi di ritorno da un’azione punitiva». In mezzo, ovviamente, i grandi appuntamenti, come le visite di Benito Mussolini o di Vittorio Emanuele III che inaugura il monumento ai Caduti il 28 aprile 1925.  Il diario fidentino degli anni Venti e Trenta però è molto altro e registra la decisa accelerazione dell’espansione edilizia, gli approcci industriali, la risoluzione di urgenze pressanti come l’approvvigionamento idrico o la facilitazione degli spostamenti in un'epoca in cui era già molto possedere un calesse, l’attenzione alle priorità in ambito sanitario, assistenziale, scolastico che caratterizzeranno i primi anni dell’amministrazione fascista. Il settore produttivo fa i primi passi: alle già insediate Cledca e Folembray si aggiungono uno stabilimento per la lavorazione della lana (30 operaie assunte) e una fabbrica di bottoni in madreperla (società Trocas, 70 borghigiane impiegate subito).  Il pozzo di notizie, riferimenti, nomi, cognomi, attività, aziende, esercizi, locali, caffè, trattorie, alberghi, negozi (anche «di lusso»), stazioni di servizio è senza fondo: il paesone è diventato città.
 La parte conclusiva è dedicata a una testimonianza pervenuta all’autore dagli eredi dell’onorevole Remo Ranieri, figura cardine del periodo, testimonianza in cui sono citati alcuni personaggi politici fra i più rappresentativi del tempo ma anche Indro Montanelli, fuggiasco a Fidenza - e questa per tanti sarà probabilmente una assoluta novità - nei giorni che precedono il Natale 1943. Nonostante raffiguri anni difficili, foschi e infine drammatici, l’affresco di Tonelli restituisce un’atmosfera di alacre giovialità, di pragmaticità ed efficienza, quella che passando per l’epilogo sanguinoso del fascismo porterà a un dopoguerra fidentino prospero e pasciuto, il benessere sorridente di un posto tranquillo che oggi si stenta un po’ a riconoscere in un’Italia che proprio non si riconosce più. 
Gabriele Grasselli
Fidenza e il Ventennio fascista: si è scritto pochissimo su questa stagione cupa ma intensa e dunque poco se ne sa. Eppure è il periodo in cui la città inizia ad assumere le sembianze che conosciamo, cambia il suo nome, Borgo San Donnino, riprendendo quello romano e il tessuto urbanistico si sviluppa velocemente e con raziocinio moderno. Ora arriva a colmare la lacuna un volume documentatissimo, prezioso e divertente firmato da Graziano Tonelli (edizioni Mup, la presentazione avverrà sabato alle 16 al Ridotto del Magnani: il libro sarà in vendita con la Gazzetta  a 8,80 euro più il prezzo del quotidiano).  Con passione ed evidente affetto Tonelli, attuale direttore dell’Archivio di Stato di Parma, ha compiuto un puntiglioso lavoro di biblioteca attingendo a riviste e «Gazzette di Parma» d’epoca, ma soprattutto a deliberazioni comunali e rari e dimenticati documenti originali. La ricostruzione politica è puntuale (Borgo San Donnino non sarà risparmiata da tensioni, scioperi, tafferugli, roghi, irruzioni, un clima turbolento che spianerà la strada all’affermazione fascista), ma il racconto prende vita nelle pieghe, nei dettagli della rievocazione storico-sociale dedicandola alle opere pubbliche via via progettate e realizzate e soffermandosi soprattutto sulla quotidianità del popolo borghigiano (e, dopo il 1927, fidentino) fotografato in un momento storico brulicante e sanguigno ancora ignaro dell’approdo nella tragedia della seconda guerra mondiale. «La Fidenza del Ventennio» è quindi una scoppiettante miniera di vicende, personaggi, notizie, curiosità, corredata da un’iconografia precisa e abbondante, con molte immagini pressoché inedite concesse dai discendenti delle famiglie che vissero quei decenni infervorati. Sarà una festa, dunque, per chi c’era allora e per chi è più giovane ma curioso dei «come eravamo» gustarsi il trenino per Salsomaggiore di passaggio nel quadrivio di Santa Maria, la bella corriera di Dino Pietralunga che collegava Borgo a Pieve Cusignano, il Casermone appena eretto in mezzo ai prati, le foto di classe quando si andava a scuola nella Rocca, i primi distributori di benzina per le primissime automobili, un «trasporto eccezionale» in partenza dall’officina Mariani e Massenza, il centralissimo punto vendita di chincaglierie e giocattoli Danelli, la fondazione del Moto Club, il bar di servizio della Casa Littoria, decine e decine di volti, figure, case, insegne, manifestazioni, eventi sportivi. Certo, non manca la documentazione di comizi, adunate, militi inquadrati, camicie nere in battaglione, manipoli di camerati in partenza alla stazione, «squadristi di ritorno da un’azione punitiva». In mezzo, ovviamente, i grandi appuntamenti, come le visite di Benito Mussolini o di Vittorio Emanuele III che inaugura il monumento ai Caduti il 28 aprile 1925.  Il diario fidentino degli anni Venti e Trenta però è molto altro e registra la decisa accelerazione dell’espansione edilizia, gli approcci industriali, la risoluzione di urgenze pressanti come l’approvvigionamento idrico o la facilitazione degli spostamenti in un'epoca in cui era già molto possedere un calesse, l’attenzione alle priorità in ambito sanitario, assistenziale, scolastico che caratterizzeranno i primi anni dell’amministrazione fascista. Il settore produttivo fa i primi passi: alle già insediate Cledca e Folembray si aggiungono uno stabilimento per la lavorazione della lana (30 operaie assunte) e una fabbrica di bottoni in madreperla (società Trocas, 70 borghigiane impiegate subito).  Il pozzo di notizie, riferimenti, nomi, cognomi, attività, aziende, esercizi, locali, caffè, trattorie, alberghi, negozi (anche «di lusso»), stazioni di servizio è senza fondo: il paesone è diventato città. La parte conclusiva è dedicata a una testimonianza pervenuta all’autore dagli eredi dell’onorevole Remo Ranieri, figura cardine del periodo, testimonianza in cui sono citati alcuni personaggi politici fra i più rappresentativi del tempo ma anche Indro Montanelli, fuggiasco a Fidenza - e questa per tanti sarà probabilmente una assoluta novità - nei giorni che precedono il Natale 1943. Nonostante raffiguri anni difficili, foschi e infine drammatici, l’affresco di Tonelli restituisce un’atmosfera di alacre giovialità, di pragmaticità ed efficienza, quella che passando per l’epilogo sanguinoso del fascismo porterà a un dopoguerra fidentino prospero e pasciuto, il benessere sorridente di un posto tranquillo che oggi si stenta un po’ a riconoscere in un’Italia che proprio non si riconosce più. 

 

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