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Silenzio dei volti, colore dell'anima

«Sguardo d'artista», opere di Mario Daolio a Guastalla

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Manuela Bartolotti
Pochi segni essenziali e macchie di colore, rapidi colpi di spatola dai quali emerge non solo un volto, un corpo, ma la sostanza stessa della persona e la sua vibrazione interiore. 
Potrebbe sembrare scontato restituire nel ritratto non solo l’aspetto fisico, ma l’imponderabile e l’invisibile interiorità. In realtà è solo di chi sa impugnare il pennello come una sonda per scandagliare il mondo e soprattutto l’uomo. 
Mario Daolio, sempre della dinastia di noti poeti, musicisti, pittori, mostra questa sua qualità in un’antologica dal titolo «Sguardo d’artista» a Palazzo Fracassi a Guastalla (fino a domenica), luogo espositivo che per ora va a sostituire il terremotato Palazzo Ducale. 
La matrice della sua pittura, il suo più immediato referente pittorico è Cézanne e si nota infatti nelle pennellate staccate e poi sovrapposte quella ricerca inquieta entro la vita e le cose, la volontà di andare sempre più in profondità, d’afferrare per poi restituire eloquenti silenzi in volti, paesaggi e nature morte. 
Nelle opere su carta, la sua forza espressiva è più accentuata, più immediata. Più efficaci delle nature morte sono i paesaggi, più dei paesaggi le figure umane. Escono dalla tela quasi con prepotenza, fatte di colori, costruite d’emozioni e di prepotente voracità di vita. 
Sono giovani, fanciulli e osservano fuori dal quadro come se oltre quello sguardo speranzoso vi fosse il futuro, oppure sono vecchi di profilo, schizzati rapidamente con un segno a volte espressionista. 
Nonostante certi apparentamenti internazionali, l’opera di Daolio s’inserisce in quella corrente emiliana che da noi ha l’esempio più alto in Amedeo Bocchi. Queste opere, pur parlando un linguaggio universale, presentano caratteristiche di tratto, d’ambientazione che rimandano a tanta pittura novecentesca ancora nostalgica dell’Impressionismo, fino ad alcuni artisti contemporanei nostrani, quali – specialmente nei paesaggi - il fidentino Rino Sgavetta. 
Di peculiare c’è però la costante nostalgia che emana dai suoi quadri e l’assenza di persone, quasi Daolio voglia ritrarre anche i luoghi, le loro atmosfere, riuscendo a evocare il mondo della Bassa, ammantandolo di una solitudine che è riflessione, contemplazione, memoria ancora vibrante. Infine vita, nelle morbide evoluzioni del colore, nelle apparizioni solitarie e sincere di cose e natura. Di piante, di terre, di uomini. Soprattutto e oltre tutto, di uomini. 
Manuela Bartolotti


Pochi segni essenziali e macchie di colore, rapidi colpi di spatola dai quali emerge non solo un volto, un corpo, ma la sostanza stessa della persona e la sua vibrazione interiore. Potrebbe sembrare scontato restituire nel ritratto non solo l’aspetto fisico, ma l’imponderabile e l’invisibile interiorità. In realtà è solo di chi sa impugnare il pennello come una sonda per scandagliare il mondo e soprattutto l’uomo. Mario Daolio, sempre della dinastia di noti poeti, musicisti, pittori, mostra questa sua qualità in un’antologica dal titolo «Sguardo d’artista» a Palazzo Fracassi a Guastalla (fino a domenica), luogo espositivo che per ora va a sostituire il terremotato Palazzo Ducale. La matrice della sua pittura, il suo più immediato referente pittorico è Cézanne e si nota infatti nelle pennellate staccate e poi sovrapposte quella ricerca inquieta entro la vita e le cose, la volontà di andare sempre più in profondità, d’afferrare per poi restituire eloquenti silenzi in volti, paesaggi e nature morte. Nelle opere su carta, la sua forza espressiva è più accentuata, più immediata. Più efficaci delle nature morte sono i paesaggi, più dei paesaggi le figure umane. Escono dalla tela quasi con prepotenza, fatte di colori, costruite d’emozioni e di prepotente voracità di vita. Sono giovani, fanciulli e osservano fuori dal quadro come se oltre quello sguardo speranzoso vi fosse il futuro, oppure sono vecchi di profilo, schizzati rapidamente con un segno a volte espressionista. Nonostante certi apparentamenti internazionali, l’opera di Daolio s’inserisce in quella corrente emiliana che da noi ha l’esempio più alto in Amedeo Bocchi. Queste opere, pur parlando un linguaggio universale, presentano caratteristiche di tratto, d’ambientazione che rimandano a tanta pittura novecentesca ancora nostalgica dell’Impressionismo, fino ad alcuni artisti contemporanei nostrani, quali – specialmente nei paesaggi - il fidentino Rino Sgavetta. Di peculiare c’è però la costante nostalgia che emana dai suoi quadri e l’assenza di persone, quasi Daolio voglia ritrarre anche i luoghi, le loro atmosfere, riuscendo a evocare il mondo della Bassa, ammantandolo di una solitudine che è riflessione, contemplazione, memoria ancora vibrante. Infine vita, nelle morbide evoluzioni del colore, nelle apparizioni solitarie e sincere di cose e natura. Di piante, di terre, di uomini. Soprattutto e oltre tutto, di uomini. 

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