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«Internet, pericolo solo per le élites»

«Il comune cittadino non ha nulla da temere dalla rete: i rischi li corrono le grandi società e le istituzioni»

«Internet, pericolo solo per le élites»

Manuel Castells, Premio Balzan

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Sergio Caroli
Ricevendo a Berna il Premio Internazionale Balzan 2013 per la sociologia, Manuel Castells ha detto: «Ciò che la mia ricerca nell’ultimo trentennio ha mostrato è che la diffusione di Internet, rete di reti, i computer e le piattaforme portatili di comunicazioni numeriche hanno consentito la formazione di una nuova struttura sociale, la società in reti, così come un tempo la distribuzione decentralizzata delle nuove forme di energia aveva costituito le fondamenta della società industriale». Riconosciuto come la massima autorità mondiale nel campo degli studi sulle conseguenze sociali, politiche  culturali della rivoluzione digitale, Castells –  spagnolo di nascita, con cattedra a Berkeley (University of Southern California), a Cambridge e all’Internet Interdisciplinary Institute dell’Università di Catalogna - ha indagato sugli effetti planetari dell’informatica, della microelettronica e di Internet. Ha all’attivo quasi venti libri, molti dei quali tradotti in più lingue. Primeggia fra essi la trilogia «L'età dell'informazione: economia, società, cultura» (Università Bocconi, 2004). Ha inoltre formulato una teoria generale sulla nuova società globale dell’informazione prodotta dalle nuove tecnologie. Lo abbiamo incontrato a Berna alla vigilia della premiazione.
Professor Castells, come si presenta l’economia del nostro tempo in termini di rivoluzione digitale?
La nostra economia è fondata sulla rete sia in termini di macro-processi che nelle operazioni delle imprese. La nuove tecnologie di comunicazione e di trasporti hanno consentito la formazione di reti globali che connettono finanza, produzione, distribuzione, commercio, scienza e «sociabilité» su scala planetaria. Il capitale è organizzato in mercati finanziari, globalmente interdipendenti, che operano in tempo reale e trasformano ogni risorsa in titoli, usando capacità di calcolo e network-computer che operano ad alta complessità e alla velocità della luce. E’ sorta una nuova forma di business: l’impresa-network, in quanto le grandi «corporations» sono internamente decentralizzate e le piccole attività sono connesse tra loro e a più grandi «corporations», mentre le risorse delle compagnie sono organizzate intorno a progetti di business realizzati dai network in evoluzione che portano insieme capitale, lavoro, tecnologia e strategie di mercato.
Lei ha affermato che l’organizzazione in forma di rete operativa ha sostituito le burocrazie verticali delle grandi compagnie dell’era industriale. 
E’ così. Poiché i network ignorano confini, si connettono attraverso le aziende e attraverso il globo. Il network è l’unità, le ditte sono i segnali, e il progetto è il sistema operativo. Una analoga forma di trasformazione organizzativa, spinta dall’agire della rete, ha luogo nella scienza e nella tecnologia; la chiave produttiva muta la nostra economia e con essa la società. Aggiungo che i governi e le organizzazioni del settore pubblico vanno tecnologicamente e culturalmente a rilento e questo «gap» tra business, società e istituzioni è all’origine di nuovi conflitti e contraddizioni tra interessi di gruppo e fra gruppi generazionali.
E quali trasformazioni subisce il lavoro?
Segue lo stesso processo. Diventa in modo crescente individualizzato e basato sull’abilità dei lavoratori di riprogrammare se stessi per compiti che sono in costante mutamento; ciò che richiede accumulo di conoscenze e capacità di adattare tali conoscenze all’innovazione piuttosto che specifiche abilità che divengono rapidamente obsolete.
Una gigantesca trasformazione è intervenuta nella relazione fra comunicazione e potere. Dove ne vede i pericoli maggiori?
Il pericolo è per le élites dominanti e per le grandi società; per le istituzioni dominanti e non già per il popolo. La comunicazione non funziona più come un tempo, quando uno comunicava e gli altri ascoltavano. Ora esiste l’opportunità per gli ascoltatori di comunicare tra loro ed anche di far giungere i loro messaggi alle grandi società e alle istituzioni. Questo processo mette in pericolo le élites del potere, non il comune cittadino.
Dopo lo scandalo del Datagate, molte imprese tedesche temono uno spionaggio industriale da parte dei servizi segreti stranieri. Il volo nel Paradiso, preconizzato dalla rivoluzione digitale, rischia la caduta all'Inferno?
No. Possiamo dire che le società sono fatte di cose meravigliose e di cose terribili. Nell’era dell’informazione tutto ciò è profondamente mutato. Ora il processo è complicato dalla tecnologia. Legalmente ed eticamente le grandi «corporations» non riescono a difendersi. Se la comunicazione fra privati fosse criptata, riuscirebbero a proteggersi, ma nella maggior parte dei Paesi questa pratica è illegale. Il danno maggiore causato dalla National Security Agency,  rivelato da Edward Snowden, è stato, oltre all’acquisizione di informazioni, di natura metodologica, nel senso che ha aperto la strada, indicando in che modo possono essere illegalmente acquisite informazioni che dovrebbero essere protette dalla privacy.
Come difendersi dall’immane profluvio di messaggi propagandistici diffusi dai prodigi  dell’elettronica?
Non ho consigli da dare. Posso dire che è vitale potenziare l’istruzione, lo spirito critico, l’abilità intellettuale. Occorre aiutare le collettività a crescere il più possibile sul piano culturale. Quanto da lei accennato non vale solo per Internet. Noi non leggiamo tutte le notizie che riporta un giornale. Dobbiamo andare verso l’informazione e non viceversa. Ciò vale per Internet come per ogni settore della comunicazione. 
Sergio Caroli

Ricevendo a Berna il Premio Internazionale Balzan 2013 per la sociologia, Manuel Castells ha detto: «Ciò che la mia ricerca nell’ultimo trentennio ha mostrato è che la diffusione di Internet, rete di reti, i computer e le piattaforme portatili di comunicazioni numeriche hanno consentito la formazione di una nuova struttura sociale, la società in reti, così come un tempo la distribuzione decentralizzata delle nuove forme di energia aveva costituito le fondamenta della società industriale». Riconosciuto come la massima autorità mondiale nel campo degli studi sulle conseguenze sociali, politiche  culturali della rivoluzione digitale, Castells –  spagnolo di nascita, con cattedra a Berkeley (University of Southern California), a Cambridge e all’Internet Interdisciplinary Institute dell’Università di Catalogna - ha indagato sugli effetti planetari dell’informatica, della microelettronica e di Internet. Ha all’attivo quasi venti libri, molti dei quali tradotti in più lingue. Primeggia fra essi la trilogia «L'età dell'informazione: economia, società, cultura» (Università Bocconi, 2004). Ha inoltre formulato una teoria generale sulla nuova società globale dell’informazione prodotta dalle nuove tecnologie. Lo abbiamo incontrato a Berna alla vigilia della premiazione.

Professor Castells, come si presenta l’economia del nostro tempo in termini di rivoluzione digitale?
La nostra economia è fondata sulla rete sia in termini di macro-processi che nelle operazioni delle imprese. La nuove tecnologie di comunicazione e di trasporti hanno consentito la formazione di reti globali che connettono finanza, produzione, distribuzione, commercio, scienza e «sociabilité» su scala planetaria. Il capitale è organizzato in mercati finanziari, globalmente interdipendenti, che operano in tempo reale e trasformano ogni risorsa in titoli, usando capacità di calcolo e network-computer che operano ad alta complessità e alla velocità della luce. E’ sorta una nuova forma di business: l’impresa-network, in quanto le grandi «corporations» sono internamente decentralizzate e le piccole attività sono connesse tra loro e a più grandi «corporations», mentre le risorse delle compagnie sono organizzate intorno a progetti di business realizzati dai network in evoluzione che portano insieme capitale, lavoro, tecnologia e strategie di mercato.

Lei ha affermato che l’organizzazione in forma di rete operativa ha sostituito le burocrazie verticali delle grandi compagnie dell’era industriale. 
E’ così. Poiché i network ignorano confini, si connettono attraverso le aziende e attraverso il globo. Il network è l’unità, le ditte sono i segnali, e il progetto è il sistema operativo. Una analoga forma di trasformazione organizzativa, spinta dall’agire della rete, ha luogo nella scienza e nella tecnologia; la chiave produttiva muta la nostra economia e con essa la società. Aggiungo che i governi e le organizzazioni del settore pubblico vanno tecnologicamente e culturalmente a rilento e questo «gap» tra business, società e istituzioni è all’origine di nuovi conflitti e contraddizioni tra interessi di gruppo e fra gruppi generazionali.

E quali trasformazioni subisce il lavoro?
Segue lo stesso processo. Diventa in modo crescente individualizzato e basato sull’abilità dei lavoratori di riprogrammare se stessi per compiti che sono in costante mutamento; ciò che richiede accumulo di conoscenze e capacità di adattare tali conoscenze all’innovazione piuttosto che specifiche abilità che divengono rapidamente obsolete.

Una gigantesca trasformazione è intervenuta nella relazione fra comunicazione e potere. Dove ne vede i pericoli maggiori?
Il pericolo è per le élites dominanti e per le grandi società; per le istituzioni dominanti e non già per il popolo. La comunicazione non funziona più come un tempo, quando uno comunicava e gli altri ascoltavano. Ora esiste l’opportunità per gli ascoltatori di comunicare tra loro ed anche di far giungere i loro messaggi alle grandi società e alle istituzioni. Questo processo mette in pericolo le élites del potere, non il comune cittadino.

Dopo lo scandalo del Datagate, molte imprese tedesche temono uno spionaggio industriale da parte dei servizi segreti stranieri. Il volo nel Paradiso, preconizzato dalla rivoluzione digitale, rischia la caduta all'Inferno?
No. Possiamo dire che le società sono fatte di cose meravigliose e di cose terribili. Nell’era dell’informazione tutto ciò è profondamente mutato. Ora il processo è complicato dalla tecnologia. Legalmente ed eticamente le grandi «corporations» non riescono a difendersi. Se la comunicazione fra privati fosse criptata, riuscirebbero a proteggersi, ma nella maggior parte dei Paesi questa pratica è illegale. Il danno maggiore causato dalla National Security Agency,  rivelato da Edward Snowden, è stato, oltre all’acquisizione di informazioni, di natura metodologica, nel senso che ha aperto la strada, indicando in che modo possono essere illegalmente acquisite informazioni che dovrebbero essere protette dalla privacy.

Come difendersi dall’immane profluvio di messaggi propagandistici diffusi dai prodigi  dell’elettronica?
Non ho consigli da dare. Posso dire che è vitale potenziare l’istruzione, lo spirito critico, l’abilità intellettuale. Occorre aiutare le collettività a crescere il più possibile sul piano culturale. Quanto da lei accennato non vale solo per Internet. Noi non leggiamo tutte le notizie che riporta un giornale. Dobbiamo andare verso l’informazione e non viceversa. Ciò vale per Internet come per ogni settore della comunicazione. 

 

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