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Michele Serra racconta la storia di un uomo

...e del suo indisciplinato figlio adolescente

Michele Serra

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Paolo Ferrandi

 

 In principio era lo scarpone. E la pedula era il padre ed era presso il padre.  Prometteva, come in «Lessico famigliare» di Natalia Ginzburg, lunghe passeggiate silenziose sul crinale, la fatica dell’ascesa con il basto dello zaino che ti spacca le spalle, distanti dai sentieri tranquilli dei «sempi»  – gli stupidi, cioè, a uno sguardo meno arcigno, la gente normale – quelli che «vanno in montagna con le Superga solo per  fare colazione al rifugio». 
Allora il passaggio di consegne tra padre e figlio era una cerimonia semplice come il regalo dell’iscrizione al Club alpino o, nei casi più gravi, della doppietta (non del fucile automatico, però, perché «mica siamo bresciani che sparano agli uccellini»). 
Poi vennero le sneaker, le scarpe da ginnastica, e l’ordine del mondo crollò, assieme alla gerarchia padre-figlio, lasciando posto al Grande Arconte del caos, dei tatuaggi, degli stravaccamenti sul divano, dei posacenere pieni di cicche, dei lavelli con i piatti non rigovernati e delle cuffiette sempre attaccate alle orecchie. 
Una cosa capace di far uscire dai gangheri non solo il padre archetipico del «ti mando alla Nunziatella, così ti raddrizzano la schiena», ma pure il papà più mollemente accondiscendente che siamo diventati un po’ tutti.  
Ma il padre, voce narrante di «Gli sdraiati» di Michele Serra, non si rassegna.
 E tenta inutilmente – in un basso continuo che accompagna la storia – di attirare il figlio sul sentiero che porta al mitico – di una mitologia minore, però, familiare – Colle della Nasca dove nel blu del cielo è nascosto il nero dell’universo e dove le cose, ovviamente, si mostrano nella luce della creazione. 
Lo blandisce, questo figlio, lo implora, lo scongiura; arriva a pensare di pagarlo o di spezzargli la schiena a bastonate (la schiena e la spina dorsale sono parte del principio di autorità e appartengono al padre). 
In attesa che il miracolo si compia Serra descrive il mondo del figlio, il suo affacendarsi distratto in mille cose contemporaneamente (possibilmente da sdraiato); il suo lasciare le porte aperte, le luci accese, l’acqua del cesso non tirata con la maestria del demone dell’imperfezione; il suo modo di vestire sciatto, metodicamente – e costosamente – sciatto pieno di felpe informi, ma firmate. Magistrale nel suo sarcasmo è la descrizione dei negozi di Polan&Doompy (vabbè, avete capito) con i modelli bellissimi  che stazionano tra i clienti e le ventate di profumo dolciastro spruzzate addosso a tutti. In mezzo anche un intermezzo distopico – che, purtroppo, assomiglia all’ultimo Benni – con la narrazione della guerra tra i giovani e i vecchi. 
Però la bellezza del libro non è tanto nelle parole spese per circoscrivere l’entropia esistenziale del figlio, ma  nel non detto in cui si mostra la paranoia classificatrice del padre. E proprio  quando questo ordine paterno stereotipato cede nell’acido dei dubbi arriva la riconciliazione. 
In questo ritorno a casa del figlio che è anche un allontanarsi del padre dalla sua vita – «Finalmente potevo diventare vecchio», è la frase finale – sta il senso dell’eredità più autentica, quella che non si può svendere per un piatto di lenticchie perché, appunto, immateriale. 
Gli sdraiati
Feltrinelli, pag. 108, 12,00
 In principio era lo scarpone. E la pedula era il padre ed era presso il padre.  Prometteva, come in «Lessico famigliare» di Natalia Ginzburg, lunghe passeggiate silenziose sul crinale, la fatica dell’ascesa con il basto dello zaino che ti spacca le spalle, distanti dai sentieri tranquilli dei «sempi»  – gli stupidi, cioè, a uno sguardo meno arcigno, la gente normale – quelli che «vanno in montagna con le Superga solo per  fare colazione al rifugio». Allora il passaggio di consegne tra padre e figlio era una cerimonia semplice come il regalo dell’iscrizione al Club alpino o, nei casi più gravi, della doppietta (non del fucile automatico, però, perché «mica siamo bresciani che sparano agli uccellini»). Poi vennero le sneaker, le scarpe da ginnastica, e l’ordine del mondo crollò, assieme alla gerarchia padre-figlio, lasciando posto al Grande Arconte del caos, dei tatuaggi, degli stravaccamenti sul divano, dei posacenere pieni di cicche, dei lavelli con i piatti non rigovernati e delle cuffiette sempre attaccate alle orecchie. Una cosa capace di far uscire dai gangheri non solo il padre archetipico del «ti mando alla Nunziatella, così ti raddrizzano la schiena», ma pure il papà più mollemente accondiscendente che siamo diventati un po’ tutti.  Ma il padre, voce narrante di «Gli sdraiati» di Michele Serra, non si rassegna. E tenta inutilmente – in un basso continuo che accompagna la storia – di attirare il figlio sul sentiero che porta al mitico – di una mitologia minore, però, familiare – Colle della Nasca dove nel blu del cielo è nascosto il nero dell’universo e dove le cose, ovviamente, si mostrano nella luce della creazione. Lo blandisce, questo figlio, lo implora, lo scongiura; arriva a pensare di pagarlo o di spezzargli la schiena a bastonate (la schiena e la spina dorsale sono parte del principio di autorità e appartengono al padre). In attesa che il miracolo si compia Serra descrive il mondo del figlio, il suo affacendarsi distratto in mille cose contemporaneamente (possibilmente da sdraiato); il suo lasciare le porte aperte, le luci accese, l’acqua del cesso non tirata con la maestria del demone dell’imperfezione; il suo modo di vestire sciatto, metodicamente – e costosamente – sciatto pieno di felpe informi, ma firmate. Magistrale nel suo sarcasmo è la descrizione dei negozi di Polan&Doompy (vabbè, avete capito) con i modelli bellissimi  che stazionano tra i clienti e le ventate di profumo dolciastro spruzzate addosso a tutti. In mezzo anche un intermezzo distopico – che, purtroppo, assomiglia all’ultimo Benni – con la narrazione della guerra tra i giovani e i vecchi. Però la bellezza del libro non è tanto nelle parole spese per circoscrivere l’entropia esistenziale del figlio, ma  nel non detto in cui si mostra la paranoia classificatrice del padre. E proprio  quando questo ordine paterno stereotipato cede nell’acido dei dubbi arriva la riconciliazione. In questo ritorno a casa del figlio che è anche un allontanarsi del padre dalla sua vita – «Finalmente potevo diventare vecchio», è la frase finale – sta il senso dell’eredità più autentica, quella che non si può svendere per un piatto di lenticchie perché, appunto, immateriale. 
Gli sdraiati - Feltrinelli, pag. 108, 12,00

 

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