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Arte-Cultura

Fede dalla terra d'Africa

Fede dalla terra d'Africa
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di Pier Paolo Mendogni

Fascino e mistero hanno sempre circondato il mitico regno della Regina di Saba, l’Etiopia nella sua accezione più vasta comprendente anche l’Eritrea come era vista in Occidente nei secoli tra il XII e il XVI quando sono iniziati i contatti relazionali con Venezia in primo piano. Ed è lei, la bellissima «Makeda», recatasi in visita al re Salomone, che dà il titolo alla mostra su «Sacro e bellezza nell’Etiopia cristiana», allestita a Venezia a Ca' Foscari (fino al 10 maggio) con la frase «Nigra sum sed formosa» (Sono bruna ma bella), come lei si è definita nel Cantico dei cantici scritto da Salomone. La rassegna - curata da Giuseppe Barbieri, Mario Di Salvo e dal parmigiano Gianfranco Fiaccadori, docente all’Università Statale di Milano e presidente del Comitato scientifico (catalogo Terra Ferma) - ha un forte impatto suggestivo in quanto i rari reperti originali esposti (numerosi dipinti dai colori accesi, croci, rotoli magici, codici miniati, tabot) sono inseriti in un percorso animato da interventi multimediali con filmati, sequenze fotografiche, musiche e una sorprendente guida multimediale interattiva. E la proiezione iniziale di un «rotolo magico» carico di singolari immagini e di formule di preghiera contro demoni e malattie contribuisce a coinvolgere subito il visitatore in un clima altamente emotivo.

In Etiopia è diffuso un cristianesimo che conserva anche molte pratiche legate all’ebraismo come le forme delle chiese, la circoncisione, le prescrizioni sul cibo e le impurità. Infatti gli etiopi hanno la certezza - come scrive Osvaldo Raineri - «d’appartenere al popolo eletto, non solo per la fede in Cristo, ma anche per i comuni vincoli di sangue con la casa di Davide, e dunque anche con il Messia, attraverso Menelik, figlio di Salomone e della Regina di Saba». Questa storia si trova illustrata in quarantaquattro scene dipinte con tecnica naive su una tela rettangolare: dopo la morte del crudele «re serpente» saliva al trono Makeda che, colpita dalla saggezza di Salomone, si recava a Gerusalemme per incontrarlo. Il re con un astuto stratagemma riusciva a congiungersi con lei e dal rapporto nasceva Menelik. Il ragazzo veniva inviato dalla regina a conoscere il padre, che l’accoglieva bene, e quando tornava in Etiopia portava via agli ebrei l’Arca dell’Alleanza, che si dice sia ancor oggi custodita nella cattedrale di Maryam Seyon ad Aksum. Il cristianesimo veniva introdotto nel paese nel IV secolo da due giovani monaci siriani, Frumenzio ed Edesio, e il primo era nominato vescovo di Aksum dal patriarca di Alessandria Atanasio. Nei secoli successivi giungevano diversi monaci bizantini che diffondevano la religione cristiana e il culto della Madonna, rappresentata in diverse immagini su tavola, su pergamena, su tela; tra queste è esposta la «Madonna del Tembien», custodita nella Chiesa della Natività della Vergine di Mezzano Inferiore e proveniente da Boera Ogazen: l’ha ritrovata lì il tenente Gino Mori durante la guerra del 1936, «salvandola dalla profanazione». Tornato in patria, l’ha donata alla chiesa del suo paese: rappresenta la Madonna in trono col Bambino e due angeli e, sotto, la Crocifissione con alcuni santi monaci collegabili - come suggerisce Fiaccadori - al monastero di Enda Maryam in Fekel. Da Parma (Biblioteca Palatina) giunge anche l’«Album del pittore», una pergamena dipinta da un artista abissino verso il 1700, rinvenuta nel «sancta sanctorum» dell’antichissimo cenobio di Dabra Dammo. In una scena Cristo con gli occhi bassi e tristi ha il capo trafitto da spine conficcategli da due aguzzini vestiti alla musulmana col turbante; in un’altra San Giorgio di Lydda libera la figlia del re di Beirut dal drago; vi sono pure i fondatori dei due grandi ordini monastici etiopi, nonché il principe Abbo con accanto due leoni e due leopardi e su un leone siede Samuel di Waldebba rinnovatore della vita monastica.

La prima rappresentazione cartografica dell’Etiopia e dell’Africa orientale con molte annotazioni e toponimi si ritrova nel Mappamondo che il camaldolese Fra Mauro ha disegnato verso il 1450 a Venezia avvalendosi dei racconti di persone provenienti dall’Africa. La città lagunare era al centro dei traffici con l’Oriente e non è un caso che nel 1480 il doge Pietro Mocenigo abbia inviato in Etiopia, su richiesta dell’imperatore, il pittore Niccolò Brancaleon, che veniva chiamato Marcorio e otteneva un grande successo dipingendo quadri ma anche interni ed esterni delle chiese. In alcune pagine miniate ha lasciato la sua firma «Opus meus Nicolaus Brancaleo venetus». Oltre ai dipinti è esposta una ricca raccolta di croci, a partire dal XII secolo, in bronzo, ferro, ottone, legno, eseguite nelle forme più svariate e fantasiose con ricamati intrecci leggeri come pizzi. Eppoi i lunghi e sottili rotoli magici coi loro antichi formulari tra misteriosi segni grafici e i «tabot», tavole sacre di legno o marmo con incisi croci e nomi di santi da porre sull'altare per le celebrazioni eucaristiche: un mondo di incanti sottili, tutto da scoprire.
 

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