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Ricordando Giambattista Bodoni

«I giornali vengono da lontano ma non fanno parte del passato»

Ferruccio de Bortoli: «C'è un rapporto intimo tra il lettore e il suo quotidiano»

Teatro Regio - Convegno Bodoni Osservatorio Permanente Giovani

Teatro Regio - Convegno Bodoni Osservatorio Permanente Giovani

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Mara Varoli
I coinvolgenti e attuali interventi della prima giornata, con Massimo Vignelli, Marta Bernstein, Paolo Barilla e il vice presidente The Washington Post Marcus Brauchli, sono proseguiti ieri al teatro Regio, per ripensare a Giambattista Bodoni e al «Segno Italiano»: la due giorni dell'Osservatorio permanente giovani - editori e della Fondazione Cariparma. 
E una delle chiavi di lettura di questa seconda giornata è stata sicuramente portata avanti dal contributo del direttore del «Corriere della Sera» Ferruccio de Bortoli: «Celebriamo Bodoni e celebriamo la grande tradizione italiana, che è quella dell'estetica della parola. Il rapporto con il giornale è un rapporto intimo, intellettuale, privato e che esercita una sua fascinazione: la forma del giornale e la forma del libro sopravvivono al mondo della rete. Il lettore sull'iPad preferisce ritrovare l'esperienza di un giornale che si sfoglia. Così il lettore di un libro riproduce l'esperienza di voltare le pagine, in questo rapporto intimo con qualcosa che gli appartiene. Anche nel mondo della rete c'è la necessità di riprodurre, magari artificialmente, quel rapporto personale con il giornale e con il libro. E questo esalta la funzione di una grafica, che presenta ai lettori i contenuti di un giornale secondo una gerarchia di importanza, in una maniera piacevole, si spera avvincente, dando una organizzazione a quella che è la giornata che un lettore può vivere». 
Un contributo autorevole, che si evolve con l'intervista al direttore condotta da Dario Di Vico, editorialista del «Corriere» su una grafica che per servire un giornale serio non deve esagerare la spettacolarità, sull'importanza crescente dei video nei siti, sul monopolio dei giornali e sui giornalisti visti come casta, grazie anche alle questioni poste dagli oltre 400 studenti presenti in sala: «Quella dei giornalisti è una cooperazione che a volte si atteggia come casta - ha sottolineato de Bortoli -. Spesso non siamo umili e ci sostituiamo ai politici. Io, invece, vorrei che i giornalisti facessero il loro mestiere, senza vestire abiti non propri». E ancora sull'informazione gratuita, «che è la tomba del giornalismo. Una volta Ligabue mi disse - ha proseguito de Bortoli - che quando era ragazzo e riusciva a comprare un vinile, dopo tanti sforzi, era una conquista. E adesso che con internet ha tutta la musica possibile, il rapporto è cambiato. Un'informazione di qualità e di valore non può essere gratuita». Gli studenti hanno cominciato ad alzare le mani e una ragazza ha fatto una preghiera: «Che i giornali scrivano di più di scuola pubblica, in particolare di licei artistici e musicali». 
E un altro tira in ballo le raccomandazioni e nuovamente il rapporto tra cartaceo e web, tant'é che de Bortoli invia un messaggio da non dimenticare: «I buoni giornali appartengono alla famiglia, alla propria identità: vengono da lontano ma non fanno parte del passato. La rete è affascinante, ma a volte può essere luogo di disperate solitudini. Invito a riflettere sulla pigrizia multimediale: un buon giornalista non si ferma all'apparenza, ma condivide la sofferenza della popolazione in guerra». E quello che fa la Rai con le fiction civili e con i programmi più «alti» in un certo senso segue questo insegnamento: «L'obiettivo - ha spiegato il direttore generale della Rai Luigi Gubitosi - è la crescita culturale del Paese e rendere la stessa cultura più accessibile. La Rai si è affiancata al progresso dell'Italia dal Dopoguerra, dal 1954. Proprio negli anni del rifiorire di tutto quello che è Made in Italy e di tutto quello che si è costruito: è questo quello che abbiamo cercato di ricordare in alcuni dei nostri programmi. Presto faremo una fiction anche sull'autostrada del sole, che vorrà revocare il momento del boom». E ancora la fiction su Olivetti, sul maestro Manzi e sull'alfabetizzazione, tutto rivisto anche in forma di educazione. Per questo Rai 5 sarà dedicata interamente alla cultura. Programmi che fortunatamente sono visti dagli italiani e dai giovani: «Lo dimostra - ha sintetizzato Gubitosi - la fiction su Borsellino che è stata guardata da molti giovani e il programma di storia su Rai 3. Quindi non c'è solo la partita. La Rai, dopo un avvicinamento alla tivù commerciale, sta ritornando alle origini. Il nostro obiettivo non è di profitto ma di crescita culturale».
Mara Varoli
I coinvolgenti e attuali interventi della prima giornata, con Massimo Vignelli, Marta Bernstein, Paolo Barilla e il vice presidente The Washington Post Marcus Brauchli, sono proseguiti ieri al teatro Regio, per ripensare a Giambattista Bodoni e al «Segno Italiano»: la due giorni dell'Osservatorio permanente giovani - editori e della Fondazione Cariparma. E una delle chiavi di lettura di questa seconda giornata è stata sicuramente portata avanti dal contributo del direttore del «Corriere della Sera» Ferruccio de Bortoli: «Celebriamo Bodoni e celebriamo la grande tradizione italiana, che è quella dell'estetica della parola. Il rapporto con il giornale è un rapporto intimo, intellettuale, privato e che esercita una sua fascinazione: la forma del giornale e la forma del libro sopravvivono al mondo della rete. Il lettore sull'iPad preferisce ritrovare l'esperienza di un giornale che si sfoglia.
Così il lettore di un libro riproduce l'esperienza di voltare le pagine, in questo rapporto intimo con qualcosa che gli appartiene. Anche nel mondo della rete c'è la necessità di riprodurre, magari artificialmente, quel rapporto personale con il giornale e con il libro. E questo esalta la funzione di una grafica, che presenta ai lettori i contenuti di un giornale secondo una gerarchia di importanza, in una maniera piacevole, si spera avvincente, dando una organizzazione a quella che è la giornata che un lettore può vivere». Un contributo autorevole, che si evolve con l'intervista al direttore condotta da Dario Di Vico, editorialista del «Corriere» su una grafica che per servire un giornale serio non deve esagerare la spettacolarità, sull'importanza crescente dei video nei siti, sul monopolio dei giornali e sui giornalisti visti come casta, grazie anche alle questioni poste dagli oltre 400 studenti presenti in sala: «Quella dei giornalisti è una cooperazione che a volte si atteggia come casta - ha sottolineato de Bortoli -. Spesso non siamo umili e ci sostituiamo ai politici. Io, invece, vorrei che i giornalisti facessero il loro mestiere, senza vestire abiti non propri».
 E ancora sull'informazione gratuita, «che è la tomba del giornalismo. Una volta Ligabue mi disse - ha proseguito de Bortoli - che quando era ragazzo e riusciva a comprare un vinile, dopo tanti sforzi, era una conquista. E adesso che con internet ha tutta la musica possibile, il rapporto è cambiato. Un'informazione di qualità e di valore non può essere gratuita». Gli studenti hanno cominciato ad alzare le mani e una ragazza ha fatto una preghiera: «Che i giornali scrivano di più di scuola pubblica, in particolare di licei artistici e musicali». E un altro tira in ballo le raccomandazioni e nuovamente il rapporto tra cartaceo e web, tant'é che de Bortoli invia un messaggio da non dimenticare: «I buoni giornali appartengono alla famiglia, alla propria identità: vengono da lontano ma non fanno parte del passato. La rete è affascinante, ma a volte può essere luogo di disperate solitudini. Invito a riflettere sulla pigrizia multimediale: un buon giornalista non si ferma all'apparenza, ma condivide la sofferenza della popolazione in guerra». E quello che fa la Rai con le fiction civili e con i programmi più «alti» in un certo senso segue questo insegnamento: «L'obiettivo - ha spiegato il direttore generale della Rai Luigi Gubitosi - è la crescita culturale del Paese e rendere la stessa cultura più accessibile. La Rai si è affiancata al progresso dell'Italia dal Dopoguerra, dal 1954. Proprio negli anni del rifiorire di tutto quello che è Made in Italy e di tutto quello che si è costruito: è questo quello che abbiamo cercato di ricordare in alcuni dei nostri programmi. Presto faremo una fiction anche sull'autostrada del sole, che vorrà revocare il momento del boom». E ancora la fiction su Olivetti, sul maestro Manzi e sull'alfabetizzazione, tutto rivisto anche in forma di educazione. Per questo Rai 5 sarà dedicata interamente alla cultura. Programmi che fortunatamente sono visti dagli italiani e dai giovani: «Lo dimostra - ha sintetizzato Gubitosi - la fiction su Borsellino che è stata guardata da molti giovani e il programma di storia su Rai 3. Quindi non c'è solo la partita. La Rai, dopo un avvicinamento alla tivù commerciale, sta ritornando alle origini. Il nostro obiettivo non è di profitto ma di crescita culturale».

 

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