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Curiosità monastiche e profane

Curiosità monastiche e profane
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Come facevano le suore a scaldarsi le mani nel 400-500? Gli inverni erano più rigidi di oggi. I monasteri avevano spesse mura ma con difetti di riscaldamento e camini non sempre perfettamente funzionanti. Alle sorelle «lombarde» di Ildegarda di Bingen era concesso porre qualche rimedio alle sofferenze corporali; ad esempio con una borsa dell’acqua calda ad uso domestico. Ecco pronta una lucida «carpa» in ceramica invetriata di produzione padana. L’acqua immessa dal foro della bocca, poteva intiepidire le mani per quasi una mezza giornata.C'era bisogno di vasellame per le confetture ed i soliti pasti conventuali? Ecco servito il desco con terre, scodelle, bicchieri, vasi, piatti da portata, e sul loro fondo le figure della gru, del cerbiatto, del cervo, dello scoiattolo, dell’aquila, del coniglio, della colomba: il bestiario domestico col quale si distinguevano portate, cibarie, confetture, tutto misurato se si trattava di un convento, con ampia varietà di lessico gastronomico se si trattava di mense profane.

I ritratti di belle donne dai balzi e dalle capigliature annodate con veli non avevano l’esclusiva del mondo secolare. Piacevano anche in convento. In quello di San Paolo oltre duecento piastrelle in ceramica invetriata decoravano un paio di luoghi del monastero con figurazioni a carattere mistico, laico e profano. Le stoviglie qui esposte potrebbero ornare una bella mensa composta dai colori del nostro Rinascimento, fatti di terre, di impasti vegetali, di ocre, di indaco e di azzurriti.
Anche questo tra le «Rarità monastiche e profane all’epoca del Correggio», un itineraio di curiosità umili, accattivanti, succose, allestita presso la Pinacoteca Stuard a Parma - Assessorato alla Cultura - Comune di Parma (aperta sino al 31 maggio 2009), in virtù della disponibilità di conoscitori e collezionisti quali Andrea ed Enrico Corradini.
Le cure per il corpo non erano ridotte al minimo indispensabile e la sofferenza fisica nei monasteri era l’espiazione che portava alla salvezza: si narra di monache che giunsero a infilarsi sottopelle decine di aghi senza che nessuno se ne potesse accorgere. Il crocifisso cilicio con un numero simbolico di punte acuminate era in metallo (ne è esposto un raro esemplare dell’epoca). Veniva indossato sul dorso per poter meglio segnare le carni.

Ma anche il lavoro aveva una parte importante nel convento. Alle suore si chiedeva la preparazione della mensa eucaristica. Le ostie in pani azimi e sottili erano preparate con forme che con una punta acuminata consentivano di «ritagliare» le particole. A proposito di crocifissi e di immagini della pietà ecco lo splendido busto del «Vir dolorum» in terracotta policroma (XVI sec- inizi), ritrovato all’interno del monastero di San Paolo, e vicino una Madonna prossima a Begarelli, con una serie di crocifissi in bronzo (sec XIV-XVI) e in legno ( XVI- XVII sec), che disegnano il periplo iconografico di un oggetto di culto diffusissimo nell’universo monastico. I dipinto coevi con la Madonna con Bambino di cultura leonardesca, quella riconosciuta a Leombruno o comunque ad un a mantovano come il Costa, il «Ragazzo ignudo che fugge dall’Orto», dalla chiara matrice correggesca, formano il misurato commento pittorico alla mostra. Avevano uso devoto anche le «paci», piccole tessere in argento o bronzo argentato grandi come un odierno «palmare», con immagini riprese dai repertori di artisti celebrati già ai loro tempi come Michelangelo. Veicolo di trasmissione della devozione, erano oggetto della più riservata devozione personale alla Immagine della Pietà che era parte dell’iconografia della Passione di Nostro Signore. Grandi bacili in ottone di area renana documentano le circolazioni delle merci e degli uomini; il loro uso liturgico è definito dalle allegorie bibliche che recano a sbalzo nelle immagini centrali o nelle decorazioni di contorno. La musica e le arti erano l’occupazione dei dotti negli studioli dedicati alla meditazione e alle letture.

Una serie di oggetti curiosi che provengono dagli studioli privati ricreano la raffinatezza di ambienti dove ad ognuno di essi era affidato il ruolo di riportare un ricordo, una emozione, una ripresa erudita, un concetto filosofico.
Le statuette di Venere e di Giove stabiliscono un Olimpo che non è sfiorato dalle vicende della "Fortuna" (dai lunghi capelli annodati sulla fronte), che invece ha influssi sugli uomini. Atlante regge l’universo anche se ha il formato di un bronzetto mignon. Mentre può giudicarsi un portafortuna il piccolo liocorno in bronzo che nel Rinascimento è simbolo insieme di verginità e di straordinarie virtù vitali. Tra l’utensileria dell’umanista e dell’uomo di pensiero un portaocchiali in radica, un raschiatoio in bronzo per pergamene e per realizzare palinsesti, una grammatica latina ad uso umanistico, autore ed editore Aldo Manuzio (1507), uno speciale calamaio in marmo dalla forma leonina, che sembra conciliare la fantasia con il mestiere dello scrivere. E poi un’elegantissma aquila in bronzo dorato, che veleggia verso la fine del secolo a fianco di lucerne e acciarini per tenere lume nell’ambiente, che per l’allegorico mondo dei nostri umanisti era sinonimo della fede e dell’intelligenza che brillavano nella mente degli uomini. Federico Alessio Ricci

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