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Saramago e "Il viaggio dell'elefante", cronaca e fiaba nella nuova prova del Nobel portoghese

Saramago e "Il viaggio dell'elefante", cronaca e fiaba nella nuova prova del Nobel portoghese
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Una delicata miscela di cronaca e fiaba, un linguaggio che anche nella punteggiatura lascia spazio all’immaginazione, per raccontare le avventure di un pachiderma, da Lisbona a Vienna, a metà del XVI secolo, nell’Europa percorsa dalla riforma luterana.
E' 'Il viaggio dell’elefantè di Josè Saramago che nel suo ultimo romanzo corale, attraversato dall’inconfondibile ironia del Premio Nobel portoghese, 86 anni, privilegia piccoli e sorprendenti episodi accaduti nel Cinquecento trasformandoli in un racconto fantastico.
L'elefante Salomone, giunto dall’India a Lisbona non fa che «dormire e mangiare». Il sovrano del Portogallo e dell’Algarve, Joao III, decide, su suggerimento della moglie Caterina d’Asburgo, di inviarlo in dono a suo cugino, l’arciduca Massimiliano, al quale per le sue nozze, quattro anni prima, aveva inviato un presente che «mi è sempre parso – dice – indegno del suo lignaggio e dei suoi meriti». Comincia così l'incredibile viaggio di Salomone che da Lisbona lo porterà a Valladolid e poi attraverso la Spagna e l’Italia, a Vienna, capitale dell’Impero. Ad accompagnarlo il fedele custode Subhro e una variopinta comitiva di ufficiali, soldati, preti, cavalli e buoi che lo scorteranno fra l’entusiasmo della gente. E una volta arrivato a Vienna, l’elefante compirà un’impresa impossibile con la sua proboscide.
Lo spunto, come racconta nella nota che apre il romanzo Saramago, 87 anni, è stata una cena al ristorante 'L'elefantè di Salisburgo con la lettrice di portoghese nell’Università della città, Gilda Lopes Encarnacao, che lo scrittore ringrazia. Là Saramago, ha notato delle «figure che erano delle piccole sculture di legno disposte in fila, la prima delle quali, guardando da destra a sinistra, era la nostra torre di Belem. Venivano di seguito rappresentazioni di vari edifici e monumenti europei che chiaramente enunciavano un itinerario. Mi fu detto che si trattava del viaggio di un elefante» e, spiega, «intuii che lì poteva esserci una storia».
Alla storia del vero viaggio dell’elefante Salomon lo scrittore ha lavorato negli ultimi dieci anni. È in un certo senso il romanzo della rinascita, lo ha finito infatti dopo una lunga malattia da cui non era scontato che sarebbe uscito, come suggerisce la dedica alla moglie: «a Pilar, che non ha permesso che io morissi».
Mai dimenticato dai viennesi, Salomone morì due anni dopo il suo arrivo a Vienna, ma non si è mai saputa la causa della sua fine visto che non era ancora tempo «di analisi del sangue, radiografie del torace, endoscopie, risonanze magnetiche e altre osservazioni che oggi sono il pane quotidiano per gli umani, non tanto per gli animali, che semplicemente muoiono senza un’infermiera che metta loro una mano sulla fronte» racconta Saramago con il suo tocco di ironia.

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