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Metamorfosi interiore

Metamorfosi interiore
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di Stefania Provinciali

"Il grande Pan è morto": il grido di terrore dell’oracolo, secondo il mito narrato da Plutarco, aveva annunciato ai marinai egei la fine dell’Olimpo. La morte di Pan, dio potente e selvaggio, con gambe e corna caprine, zampe irsute e zoccoli, con il busto umano, il volto barbuto e l’espressione terribile, era destinata a segnare la scomparsa di un’intera civiltà ed insieme la dissociazione insanabile tra Uomo e Natura. Ma quanto il mito del dio è rimasto nel cuore dell’uomo? Su questo ceppo di antica cultura classica e su quello della moderna cultura psicanalitica, le cui indagini chiedono talvolta aiuto agli antichi miti, si innesta la ricerca grafica e pittorica di Marina Burani che nella complessità della sua opera racconta di un uomo il quale accede consapevolmente al Male contravvenendo alle leggi fondamentali di una Natura sconsacrata. Un percorso, ricco di varianti, che Marina Burani delinea con sottile indagine visiva e narrativa nella mostra aperta fino al 25 aprile a Reggio Emilia, divisa fra tre spazi espositivi. Ai Musei Civici sono in mostra disegni, alcuni tratti dalla serie «Anatomia degli angeli» del 1986, altri dall’opera «Coleotterofobia» del 2008 e piccole anatomie, inserite, così come gli insetti, all’interno delle teche. Nelle stanze del Mauriziano, antica dimora dell’Ariosto, hanno invece trovato ideale collocazione ritratti ed autoritratti, alcune tavole anatomiche ed un’installazione con volti e specchi, pensata appositamente per le sale cinquecentesche dell’ala di Levante. Infine all’Officina delle Arti si possono ammirare grandi figure sdoppiate ed una wunderkammer centrale con la collezione dell’artista. La mostra si presenta complessa dal punto di vista dei contenuti poiché indaga negli angoli più nascosti della mente umana, o meglio, in quelle trame che si muovono fra silenzi e paura di un essere che con il suo oscuro rimosso, con la sua carne, con i suoi demoni, con le sue metamorfosi e regressioni verso il mondo animale mostra le proprie ambiguità. Complessa dal punto di vista della composizione creativa che racchiude il lungo percorso dell’autrice; evidenzia, infatti, il compimento ideale della ricerca sviluppata nel tempo attraverso le tematiche e le forme, qui raccolte nell’allusivo titolo. Il «grido» del dio sgorga violento ma induce a leggere tra le pieghe della mente, là dove si fa strada l’idea di bellezza. In un teatro anatomico, l’artista disegna con raffinata capacità e lenticolare esattezza il corpo umano, che poi ibrida e innesta con protomi animali «attraverso un segno di perfetta, capziosa incisività che la rende inquieta ed inquietante parente di Andreas Vesalius, il grande anatomista e sezionatore del Cinquecento» come cita Giuseppe Berti. Si ergono così le grandi tavole dipinte ad olio, dominate dal bianco e dal nero, combinato in alcuni casi ad interventi di colore con inchiostri e pastelli, tavole dove gli effetti chiaroscurali delle luci paiono scavare nell’intimo dell’immagine fino a scovarne i segreti più nascosti, passando dall’ebbrezza di Narciso agli infausti presagi di un futuro tangibile, territorio dell’«altro». Ma la mano e la mente vanno oltre e la ricerca prosegue indefessa nel cuore della natura ferita, così da delineare volti scavati dai pensieri ed orditi in una trama di inimmaginabili forme che «escono» dalla realtà concreta per mettere in atto la loro metamorfosi. Ecco allora apparire sulla scena uomini ed insetti , uniti in un connubio a tratti osceno, per l’intreccio cercato di organi vitali, di esseri diversi, ma anche e soprattutto per le depravazioni dell’umanità che traspaiono in quei volti abbruttiti in una sorta di rappresentazione dei mali. Dentro il desiderio e la volontà di celebrare la bellezza dell’essere per giungere ad una sorta di liberazione. La metamorfosi in senso ideale e formale è evidente là dove la parte oscura e segreta della psiche giunge ad offrire ambigui squarci di «verità», tra inquietudini e finzioni. Dietro, si fa strada l'uomo moderno, la sua trasformazione anche genetica, l’uomo che «annulla» la natura di fronte al proprio volere nella ricerca di una eternità del corpo. Altri miti ed altre leggende potrebbero essere citati poiché la natura umana ha infiniti risvolti da indagare: il dio Pan è morto, rimane nel cuore dell’opera un bisogno eterno: il mito di una bellezza che può salvare l’uomo.
 

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