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Sms, lingua assediata?

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Maria Pia Forte

Gli italiani, si sa, sono grandi parlatori. Persino un luogo anonimo come il supermercato diventa, in Italia, spunto di animate conversazioni con la cassiera, per non parlare del bar, o del ristorante, o del treno. Questo gusto della parola spiega, secondo Marco Biffi, docente di Linguistica italiana all’Università di Firenze, l’amore degli italiani per il telefono cellulare: «Non per nulla -  dice - siamo non solo il Paese del mondo dove questo apparecchio è più diffuso, ma l’unico popolo che lo chiami ''telefonino'', così come ''sms'', acronimo per ''short message service'', viene tradotto con ''messaggino'': diminutivi che indicano bene l’affetto che l’italiano nutre per queste novità. Il cellulare offre agli italiani la possibilità di fare in modo nuovo ciò che hanno sempre fatto: comunicare».
 Su questo modo nuovo di comunicare il professor Biffi e la sua collega Vera Gheno (entrambi membri del Clieo, Centro di Linguistica storica e teorica dell’Università di Firenze - Accademia della Crusca) hanno svolto uno studio che ha messo a fuoco l’influenza del telefono in generale e del cellulare in particolare nell’evoluzione della lingua e della società».
Professor Biffi, il telefono tradizionale ha influito molto sulla lingua italiana?
«Non in maniera determinante, ma in parte sì, perché parlando al telefono si rinuncia a tutte le informazioni extralinguistiche come mimica facciale, gesti, riferimenti a oggetti visibili a entrambi gli interlocutori. Per questo motivo le conversazioni telefoniche sono un utile laboratorio per studiare l’oralità nella sua essenzialità, a prescindere da tutti gli aspetti suddetti. Al telefono, poi, è davvero particolare il momento di apertura della comunicazione: si comincia con un ''pronto'', si prosegue con una fase sociolinguistica di approccio e soltanto dopo si arriva al nocciolo del discorso. La procedura di congedo, invece, non è molto diversa da quella di una conversazione normale. Il telefono mette in luce anche le differenze tra culture. I giapponesi, per esempio, sono molto cerimoniosi con le persone che conoscono, mentre sono bruschi con gli sconosciuti: tutto l’opposto degli italiani».
Veniamo al telefono cellulare...
«Il cellulare ha portato diverse novità. La prima è che mentre col telefono tradizionale non sappiamo chi sia colui che ci risponde ma sappiamo dov'è, col cellulare accade il contrario: sappiamo chi è ma non dov'è, e dunque siamo incerti sulla sua disponibilità a parlare. Alla chiamata del cellulare, inoltre, si risponde sempre, magari con un messaggio per far capire che in quel momento si è occupati, mentre al telefono tradizionale si può non rispondere. Tutto questo influisce sul modo di parlare al cellulare. Ma la vera grande novità è costituita dai ''messaggini''».
    Di questa inedita forma di comunicazione la professoressa Gheno e lei avete messo in luce molti dettagli, come l’apertura senza forme di saluto o con formule poco formali, la chiusura veloce e spesso priva di firma, l’uso frequente di soprannomi, la sintassi elementare e l’abbondanza di errori, la punteggiatura «emotiva» con largo impiego di punti esclamativi e interrogativi, punti di sospensione e «faccine» per dare alla comunicazione un’intonazione scherzosa o seria, l’omissione delle vocali e il troncamento delle parole per motivi di brevità, la commistione di dialetti, gerghi giovanili e altre lingue e così via. Il linguaggio piuttosto primitivo degli ''sms'' rischia di contagiare la lingua di Dante?
«E' presto per saperlo. Certamente ha contagiato alcune forme di comunicazione giovanile, come scritte murali e perfino romanzi, come quello di Luana Modini, del 2007, tutto scritto in ''SMSese'', ossia col linguaggio degli ''sms''. Finché esso rimane limitato a questi ambiti, non ci sono problemi; ma se lo si trasferisce anche nel tema di italiano o in una lettera di lavoro, non va più bene. Spetta alla scuola far capire ai ragazzi che questo non deve accadere, che l’adeguamento dev'essere non verso il basso ma verso l’alto, in modo che il linguaggio degli ''sms'' sia un arricchimento della lingua, un registro in più, non causa d’imbarbarimento. Secondo una ricerca dell’Università di Cambridge, gli ''sms'' fanno bene alla lingua, perché costringono a una sintesi di ciò che si vuole dire e richiedono una notevole creatività linguistica.  Un risultato positivo, intanto, il cellulare l’ha avuto: il ricorso intensivo ai ''messaggini'', molto più praticati delle e-mail, ha spinto molte persone a scrivere. Non solo i giovani si servono di questo mezzo di comunicazione, ma anche signore ultrasessantenni con la terza elementare».
Dunque il «messaggino» è uno strumento democratico?
«No, lo è molto meno di una telefonata, perché richiede la conoscenza di una lingua e di regole specifiche. Tutti possono comunicare per telefono, non tutti hanno la competenza necessaria per inviare un ''messaggino''».

 

 

 

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