MOSTRE

La natura luce dello spirito

Il paesaggio nella storia dell'arte dal '600 al '900: da Poussin agli impressionisti, una carrellata di vertiginosa bellezza

«Casa del pescatore» di Claude Monet

«Casa del pescatore» di Claude Monet

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«Verso Monet» a Verona fino al 9 febbraio

di Pier Paolo Mendogni

Tra il Cinque e il Seicento nasce la pittura di paesaggio come genere specifico sotto la spinta del bolognese Annibale Carracci, considerato il padre della visione naturalistica seicentesca. Così inizia proprio da lui la mostra in corso a Verona nel Palazzo della Gran Guardia (fino al 9 febbraio) intitolata «Verso Monet. Storia del paesaggio dal Seicento al Novecento» organizzata da Marco Goldin, che è riuscito a radunare ben 114 opere di artisti famosi, che hanno lasciato una impronta significativa in questo particolare settore. La accompagna un volume, edito da Linea d’Ombra, in cui Goldin racconta il suo grande amore per la natura «che sta nella mente stessa dell’universo, nel cuore del mondo». «La natura si guarda con l’anima e con l’occhio insieme» e molti artisti l’hanno raccontata con toccante sensibilità. Su questa linea è stata costruita una rassegna che parte dall’Italia e coinvolge subito anche l’Olanda e la Francia. Annibale Carracci nel «San Giovanni Battista» crea un paesaggio scandito, ordinato, quieto e lo stesso fa Domenichino. Sulla medesima strada si pongono i due grandi artisti francesi che a lungo hanno soggiornato a Roma, Claude Lorrain e Nicolas Poussin. Poussin, uomo di grande cultura, inserisce nei paesaggi elementi classici in una visione nostalgico-evocativa mentre il Lorenese, che amava prendere appunti all’aperto, vuole cogliere gli echi della natura con toni eleganti. Gli olandesi differiscono dai latini, che vedono la natura come scenario di qualche episodio, in quanto mirano ad interpretare il paesaggio come genere autonomo, con una «sua propria grammatica». E questa realistica descrizione la troviamo sia per la campagna che per la città. L’interprete maggiore di questo modo di rappresentare il paesaggio è stato Jacob van Ruisdel, presente con cinque opere spettacolari, dove il cielo è percorso da nubi burrascose che fanno filtrare luci argentate, alle quali si aggiungono penetranti disegni di Rembrandt e di Van Goyen. Molto particolare la posizione di Salvator Rosa amante di scenari selvaggi. Il Settecento è segnato dal vedutismo che trova il suo centro focale a Venezia, che esprime gli artisti più famosi: Canaletto trasforma ogni veduta in una scena teatrale armonicamente fusa in un’atmosfera di delicata luminosità; Bernardo Bellotto, suo nipote, imprime vigore e sostanza in ogni elemento architettonico e naturalistico del paesaggio, assemblandoli con eleganza compositiva; Francesco Guardi, colorista vivo, originale, con scioltezza di tocco accentua l’emotività delle scene. Un’emotività che diventa vibrazione luminosa in Turner: il «Paesaggio con fiume e montagne» nasce dai riflessi dorati che si sprigionano magicamente dall’acqua e si sciolgono nell’azzurrino del cielo. La natura filtrata dalla spiritualità è al centro dell’interesse della pittura romantica che afferma il primato del soggetto e del sentimento. Uno dei principali protagonisti è Caspar David Friedrich: «Mare al chiaro di luna» è una delle sue ultime opere in cui la  tecnica squisita si coniuga con una profonda riflessione sulla bellezza sconfinata della natura e il suo seducente rapporto con l’uomo. L’inglese John Constable nel «Sottobosco del parco di Heminghan» indaga la materia e la forma della natura. Constable è l’artista cui più guardano i giovani francesi e soprattutto Corot che si sofferma ad osservare la natura per riprodurla (Ville d’Avray) con un linguaggio spontaneo, fresco, rispettoso dei valori atmosferici. Anche i luoghi rustici vengono ripresi nella loro povertà da Millet. Il realismo diventa ancor più schietto e matericamente consistente con Gustave Courbet («La grotta di Serrazine», «Onde»). Uno stacco netto viene segnato dagli impressionisti qui presenti in un folto gruppo: Boudin, Caillebotte, Degas, Manet, Pissarro, Renoir, Sisley e soprattutto Monet che con ventiquattro opere si inserisce con una «personale» nell’ampio contesto storico che si chiude con i più significativi post-impressionisti quali Cézanne, Bernard, Gauguin, Van Gogh. Gli impressionisti sono artisti con personalità diverse tra loro ma che hanno in comune il rifiuto della pittura accademica coi suoi canoni tradizionali ma anche il superamento di una rappresentazione fedele della natura per riprodurla nella sua immediatezza temporale e nella sua sensibilità più profonda in cui si fondono colore, luce, profumo, atmosfera. Dipingono la natura ma anche la vita soprattutto della borghesia che passeggia lungo la Senna, che affolla i caffè e i parchi. «La Senna a Chatou» di Renoir, ad esempio, con la donna che raccoglie i fiori esprime una serena gioia di vivere. Claude Monet (1840 – 1926), stella polare della rassegna, è l’artista più rappresentativo della pittura impressionista che coerentemente ha praticato per tutta la vita come documentano i lavori esposti che vanno dal 1865 al 1918. Già nei suoi primi dipinti nella foresta di Fontainebleau il solido realismo delle forme si fonde con la dolcezza della luce. Poi la luce inizia a penetrare nel colore, nella materia stessa facendosi forma fermentante di vita, invenzione poetica. Nella «Cattedrale di Rouen» la rappresentazione si trasforma in apparizione ricca di una suggestione che diventa sogno segreto nelle quiete, silenziose visioni delle ninfee, toccando in alcuni brani l’informale e l’«impressione» diventa purissimo, vibrante sentimento che inonda l’animo.

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