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Il cammino della speranza

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di Giuseppe Martini

Ci sono bambini ceduti a trafficanti in cambio di un salario e a loro volta rivenduti all’estero; permessi per turismo che nascondono espatrii clandestini; italiani che s'imbarcano per raggiungere parenti negli Stati Uniti e si ritrovano in Argentina vittima di sfruttatori che avevano organizzato il finto trasferimento; altri abusano dei visti di transito per risiedere illegalmente all’estero dandosi ad attività irregolari; falsi permessi di lavoro grondano per far uscire dai confini migliaia di persone; e come sempre c'è l’italiano arrangione che si crea il suo giro di donnine da sfruttare all’estero: «Viene riferito a questo Ministero che nelle Indie e specialmente a Bombay sono designati col nome di Italiani, individui di mala vita, italiani e stranieri che istituiscono dei clubs per esercitarvi il traffico della prostituzione con donne trasportate da altri paesi in quelle regioni». La circolare del Ministero degli Interni è del 1899, indirizzata alle prefetture del Paese esortandole alla cautela prima di concedere passaporti a cani e porci. Il che non significa che i governi fossero sempre attenti, come in antico regime per impedire flussi emigratorii nel timore di un depauperamento delle risorse interne: se nell’Italia umbertina e fascista la regolamentazione mirava più che altro a salvaguardare il nome del Paese, a inizio Ottocento le istituzioni tendevano a liberarsi dei cittadini economicamente passivi dandogli una spintarella oltreconfine. Con quali risultati lo si può vedere dai documenti esposti da domani  alla mostra «Tracce dell’emigrazione parmense e italiana fra XVI e XX secolo», organizzata dall’Archivio di Stato di Parma nella sede dell’Ospedale Vecchio in collaborazione con Provincia di Parma, Fondazione Museo Ettore Guatelli, Museo Martino Jasoni di Corchia, Centro di documentazione sull'Emigrazione del Centro Studi Cardinale Agostino Casaroli, e curata da Mario Palazzino, Antonella Barazzoni, Valentina Bocchi e Lucia Togninelli nell’ambito dell’XI Settimana della Cultura. Una mostra che da più di un centinaio di documenti estratti da una dozzina di fondi dell’Archivio (Comune, Saline, Atti Giudiziarii, Gridario, Feudi e Comunità, Stato Civile, Dipartimento di grazia giustizia e buongoverno, Raccolta Leggi, Presidenza dell’Interno, Prefettura, Segreteria di Gabinetto e Questura) traccia una mappa di oltre quattro secoli di emigrazione dal Parmense, dal 1545 al 1973, rivelando che al panorama di speranze, caparbietà, rinunce, frustrazioni, successi che ha accompagnato la vulgata dell’italiano all’estero si individua un sottobosco di truffe, delinquenze, sfruttamenti e violenze.E per quanto le fonti, riportate anche nel catalogo, siano per lo più parmensi, il problema è endemico del Paese e di dimensioni badiali (ventisette milioni di emigrati in uno solo secolo dal 1876), e rivela quella grave e secolare debolezza del tessuto economico italiano che conosciamo anche oggi. In realtà lo scopo della mostra, aperta fino al 27 giugno, è la constatazione degli inquietanti chiaroscuri della storia emigratoria italiana, e la presa di coscienza del visitatore, forse anche la ricerca di un’umanissima compartecipazione, può essere stimolo a un’utile autoanalisi storica, come sarà illustrato nell’inaugurazione di domani alle 17,30 da Maria Barbara Bertini, direttore dell’Archivio di Stato, Vincenzo Bernazzoli, presidente della Provincia di Parma, Corrado Truffelli, presidente dell’associazione Centro Studi Cardinale Agostino Casaroli. Quanto al flusso migratorio parmense, è massiccio fin dalla prima età farnesiana: molti bambini a carico dei nonni per l’espatrio dei genitori sono la spia di una tendenza che è sinonimo di fuga, destinata ad aggravarsi indebolendo le forze-lavoro sul territorio ed esponendo quei bambini a una precoce ricerca di indipendenza economica. D’altra parte i bambini sono la merce più esposta agli sfruttatori, e diciamo merce vista l’atroce crudeltà di bambini venduti, maltrattati, ridotti in povertà, lasciati morire, talvolta recuperati dagli stessi genitori che li avevano abbandonati per poterli sfruttare di nuovo, e di rado alcuni si salvavano grazie a qualche benefattore. Queste fratture famigliari, caratteristiche delle zone appenniniche, sono spesso responsabili di risvolti clamorosi, come nel noto caso di Luigi Luccheni, originario di Albareto e abbandonato dalla madre in Francia, che dopo un’infanzia depravata e squilibrata si associò a gruppi anarchici finendo col pugnalare a morte l’imperatrice Sissi. A fronte di casi come questi ci sono le emigrazioni temporanee per lavoro, come quelle del pittore Martino Jasoni di Corchia (di cui è esposto il diario), dei tagliaboschi e coltivatori di seta e mais all’estero (quattromila all’anno solo dal Parmense), dei piccoli merciai nel Settecento, degli Orsanti di cui in mostra - grazie anche alla collaborazione del Centro Studi Casaroli - si potranno seguire le vicende di due famiglie (i Bernabò e i Capellini, di Cavignaga) che dai loro tour europei tornavano regolarmente in Appennino, e poi foto e oggetti come i vestitini, i violini e la bicicletta delle scimmiette con cui si esibivano, messe a disposizione dal Museo Guatelli. Infine, nel 1942 l’ambasciata italiana a Bucarest denuncia italiani in Romania con permesso di soggiorno scaduto, dediti ad attività malavitose. Insomma, espatriando si vede proprio che tutti i popoli qualche problema possono darlo.

 

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