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L'ingiustizia derisa in eterno

L'ingiustizia derisa in eterno
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Sergio Caroli
Compie 250 anni «Candido», il supremo capolavoro di Voltaire, insuperato amalgama di racconto filosofico, apologo, fiaba, libro d’avventura, «Bildungsroman» o «romanzo di formazione» che, come nessun’altra opera dell’Illuminismo, ha contribuito a demolire l’«Ancien régime» mettendone impietosamente alla berlina idee, istituti e contraddizioni. Redatto nella tenuta acquistata a Ferney, presso il confine svizzero, dove Voltaire, allora sessantacinquenne, viveva esiliato dal re, e pubblicato senza nome né località nel 1759, il libretto fu subito bandito da molti Stati europei, dal Consiglio di Ginevra e dall’Indice; e il 2 marzo 1759 ne fu ordinata l’immediata distruzione, ciò che ne incrementò enormemente il successo, perpetuatosi fino ad oggi come uno dei massimi trionfi dell’editoria a partire da Gutenberg.

 Le guerre che avevano insanguinato l’Europa per tutto il XVIII secolo, il terremoto che nel 1755 aveva distrutto Lisbona, indussero Voltaire a irridere all’impenitente ottimismo di Leibniz, che sosteneva essere il nostro mondo «il migliore dei mondi possibili», formula che è il motivo conduttore dell’intero racconto. Alla ricerca di Cunegonda, la sua innamorata, e della verità, Candido sperimenta - attraverso numerose avventure, tanto crudeli quanto esotiche - i mali che affliggono l’umanità. Nell’Antico come nel Nuovo Mondo scopre l’inanità dei sistemi filosofici privi di traduzione pratica, a rappresentare i quali si muovono Pangloss, adepto dell’ottimismo, il suo primo professore, e il di lui contraddittore Martino, il pessimista. Percorre Candido senza fermarvisi l’Eldorado, utopia situata in America, e rinuncia alla fine alla sua ricerca metafisica per «cultiver son jardin». La vicenda si chiude in questo ambiente in apparenza campestre, ma altamente simbolico a significare l’aspirazione a una felicità tutta terrena conquistata in virtù della «raison».

 Da una verve satirica - che fustiga i «discoureurs» elogiando l’azione a detrimento delle parole inutili - scaturisce l’idea volterriana di un dio crudele, il quale, avendo abbandonato gli uomini alla loro sorte, si fa spettatore delle terribili manifestazioni della bestia umana: guerre atroci, fanatismo, superstizione, tirannia, schiavitù, vanità, ambizione sono i temi sui quali si dipana l’ordito del racconto. Voltaire è sì pessimista, ma respinge con sdegno ogni consiglio al cinismo. Vi è tuttavia per lui un altro, ben peggiore, cinismo: quello di coloro che lo travestono e lo imbellettano, affermando che tutto va per il meglio. A queste storture egli non si piega, anzi, le sbeffeggia con parola franca e risoluta, riversando sarcasmo a torrenti su quanti discettano in quel modo. «Tout va bien»? Sì, per i prepotenti, per gli individui senza scrupoli, per gli impostori che nascondono la loro malvagità dietro il manto di un pregiudizio o di una favola al servizio non già del Cristo e della civiltà, bensì dei propri tristi appetiti. «Tout va bien»? Ma non per chi ha fame e sete di giustizia né per l’uomo onesto e laborioso ma privo di protezioni.

 E Candido è la vendetta - gaia e triste insieme, tagliente eppur bonaria - che sublima la più profonda conoscenza degli uomini e dei loro pensieri fondendo epopea e farsa, satira ed elegia; è la magnanima vendetta che Voltaire, artefice di una borghesia ingovernabile, consuma su tutte le ingiustizie e su tutte le infamie che opprimono il genere umano. Leibniz, nelle vesti di Pangloss, non è l’unico bersaglio della sua ironia. Anzi, compatendolo, egli lo rappresenta in luce di simpatia. Le conseguenze eterne di quel mito farisaico sono l’ingiustizia e il crimine dei quali il cammino umano è lastricato. Di qui il tragico evocare di Martino: «Dappertutto i deboli hanno in esecrazione i potenti davanti ai quali strisciano, ed i potenti li trattano come mandrie, di cui si vende la lana. Un milione di assassini irreggimentati, correndo da un capo all’altro d’Europa, esercita l’assassinio e il brigantaggio con disciplina per guadagnare il pane, perché non possiede mestiere più onesto, e nelle città che sembrano goder della pace, ed in cui le arti fioriscono, gli uomini sono divorati dall’invidia, dalle cure e dall’inquietudine come nemmeno accade in una città assediata. I dispiaceri privati son più crudeli delle miserie pubbliche».

 La filosofia di Voltaire promana da luminose geometrie dell’intelletto. Per lui l’enigma del male resterà sempre insolubile, il male che interferisce sull'equilibrio provvidenziale dell’universo con inesplicabile assurdità. «Dio esiste e l’umanità soffre». Le filosofie sistematiche sono per lui impotenti a conciliare queste due certezze. Scanzonata e irriverente, l’ironia di «Candido» - che sogghigna come Molière nell’affrontare la realtà alla luce della ragione piuttosto che delle emozioni - ha un carattere rigorosamente matematico: lo scrittore si fa giudice di tutte le azioni dei suoi personaggi, anzi, non le assume che per giudicarle come paradigmi di tutti i pregiudizi e di tutte le sciocchezze che combatte. Di qui lo stile elegante e leggero, supremamente limpido, preciso, analitico, nel quale anche le idee più complesse ed astratte si fanno semplici e piane, possedendo l’autore il mirabile dono di condensare in una frase lapidaria un intero sistema flosofico. «Vi sono opere così spaventevolmente grandi - questa è del numero - ch’esse schiaccerebbero chi le volesse portare. La fine di Candido è per me la prova evidente di un genio di prim'ordine. C'è l’artiglio del leone in questa conclusione tranquilla stupida come la vita». Sono parole di Flaubert e mai giudizio fu più vivo e calzante.
 

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