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Pier Luigi Bacchini, i suoi versi echi cosmici di un infinito al microscopio

Pier Luigi Bacchini

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[…] Ascoltaci come echi. / […] / Il segno che ci ha distinto / sulle nobili famiglie degli animali / non è più / e il silenzio trasuda anche
dai marmi / cavati dalle montagne lungo il mare».
Così Pier Luigi Bacchini, già proiettato oltre la morte, scrive nell’ultimo suo testo, come sempre di una forza capace di travalicare come nulla il “particulare” con un respiro che investe le cose, e le allarga in imprevedibili risonanze universali. Qui la sua stessa morte prefigurata si manifesta nella perdita dell’umana prerogativa della parola, che vuol dire silenzio, silenzio del sepolcro, e marmo, marmo di cave lungo il mare… Un infinito tutto, un infinito tutto amico, che si tiene in una catena metonimica, in collegamenti ed echi cosmici.
Bacchini ha fatto in tempo a vedere, nell’anno appena trascorso, l’uscita delle sue “Poesie” nell’Oscar Mondadori a lui dedicato. E noi – critici, lettori, amici – abbiamo fatto appena in tempo a festeggiarlo, presentando quelle sue “Poesie” a settembre, qui a Parma, alla Feltrinelli, al cospetto di una bella folla di astanti, tra cui parecchi nostri poeti che a lui guardavano un po’ come al capofila, come a un sicuro punto di riferimento per il rinnovamento della poesia, non dico di Parma, ma proprio della poesia italiana; insomma come a un faro la cui luce-guida si proiettava e si proietta penetrante nel nuovo millennio.
Non so se queste due considerazioni sull’“aver fatto in tempo” (lui, noi…) siano davvero una consolazione. Ma son pure qualcosa. Soprattutto se si considera che il cammino di Bacchini entro la poesia non è stato, a lungo, proprio sul velluto. Fuori dal “giro giusto”, ed “homo novus” rispetto ai consolidati quartieri della nostra letteratura anni Cinquanta, aveva tentato la propria strada fin dal ’54, con “Dal silenzio d’un nulla”, debutto prefato nientemeno che da Francesco Flora (comunque “altro” rispetto allo “scudo” etimologico della nostra Parma); ma poi nei fatti destinato – involontaria ironia d’un titolo – quasi al silenzio. Bacchini, ch’era del ’27, aveva allora ventisette anni. Ci aveva riprovato dopo altri quattordici anni, con una seconda raccolta, “Canti familiari”: ma quel 1968 non poteva essere davvero in ascolto per lui (e forse neppure, più in genere, per la poesia: altre erano, o parevano, le urgenze).
No: doveva aspettare altri anni ancora, ed esplodere nell’81 con “Distanze fioriture”, cui il nostro più fine e sapiente critico, Giorgio Cusatelli, e il nostro più alto poeta, Attilio Bertolucci, avevano prestato infine attenzione e sostegno (rispettivamente con una postfazione e una nota prefativa decisive). Pier Luigi era, in quell’81, cinquantaquattrenne, e il suo vero cammino poetico cominciava allora, cioè dopo una vigilia d’armi lunga almeno ventisette anni. Che vogliono dire tutti questi numeri? Voglion dire la tenacia, la pazienza, le tensioni d’una vocazione, la vocazione vera d’un vero poeta.
Bacchini poi, nei ventotto anni successivi, sempre più ascoltato e degnamente accolto dalla critica e dall’editoria, ebbe la possibilità di donarci con lena e frequenza crescenti altre cinque raccolte, stupendoci ogni volta, meravigliosamente: “Visi e foglie” (1993), “Scritture vegetali” (1999), “Cerchi d’acqua” (2003), “Contemplazioni meccaniche e pneumatiche” (2005), “Canti territoriali” (2009). Furono ogni volta, e restano, le concrezioni viventi d’uno straordinario plasma poetico, a partire da due fondamentali nuclei di rinnovamento, formale e sostanziale: spregiudicatezza metrica, e rifondazione del “sentimento poetico” (come avrebbe detto Macrì) nella consapevolezza d’una sostanziale fraternità cosmica dell’uomo col sasso, con la pianta, con l’animale. Microcosmo e macrocosmo collegati: dalla curvatura di un masso alla curvatura dell’universo. Una poesia tanto minuziosa, da microscopio persino, quanto universale, da catalogo delle galassie.
Dopo l’accoglienza, a cominciar da “Visi e foglie”, presso editori di respiro nazionale (Garzanti e Mondadori), Bacchini aveva avuto nel 2004 un nuovo notevolissimo riconoscimento, essendo stato incluso nell’antologia mondadoriana (di Cucchi e Giovanardi) dei “Poeti italiani del secondo Novecento”. Infine, quest’anno, come si diceva sopra, un “Oscar” interamente suo (curato da Bertoni), con il “plasma” di tutta la sua vita di poeta: un oscar alla vita-carriera di poeta. Dove, tra gli ultimi componimenti ancora inediti fino a quel momento, l’ultimo testo appunto (“Precetti 2”), indirizzato al figlio Camillo, chiudeva – con impressionante asciuttezza testamentaria – quel libro-vita: «Tu, C. porta gli abiti / e le corone / e i profumi e intona il coro. / Allontànati per sempre / e ascoltaci come echi. / […]».
Anche noi oggi, Pier Luigi, riascoltiamo gli echi amati della tua voce, e con voce incrinata – privi di te, ma con le mani colme dei tuoi canti – ripetiamo per te, compunti, “ave atque vale”, come dicevan gli antichi per l’ultimo viaggio.

 

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