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Cultura

Le pietre sonore di Sciola, magia e spiritualità senza tempo

Dalle vibrazioni al suono: «E' una materia viva, ha memoria ed elasticità. E un'anima»

Le pietre sonore di Sciola, magia e spiritualità senza tempo
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SAN SPERATE (Cagliari)

San Sperate è un dedalo di viottoli tra imponenti murales, sculture e piante cariche di arance. Anche l'asfalto ha abbandonato il grigio scuro di rigore: è rosso, blu, verde, giallo. Si respira a pieni polmoni tutta la magia dell'arte nel “paese-museo” dove vive e lavora lo scultore Pinuccio Sciola: un'impronta indelebile la sua, che negli anni ha trasformato il piccolo centro a pochi minuti d'auto da Cagliari in un luogo surreale e poetico, tanto che oggi il paese del Campidano accoglie visitatori da ogni parte del mondo.
«La pietra è viva, ha un'anima, ha memoria, elasticità e non ha tempo». E' questo il senso del percorso artistico dello scultore sardo che ha creato le pietre sonore. In fondo al paese, quasi fosse un miraggio, appare il suo giardino incantato: un angolo senza tempo che toglie il fiato, dove basalto e calcare liberano suoni arcaici, ancestrali e mistici. Non lontano, in una vecchia casa con il portone sempre aperto, c'è l'abitazione-studio-laboratorio del maestro. Nel cortile, adagiate a terra e sotto le volte di un lungo porticato, su ripiani e cavalletti sono assiepate sculture di svariata foggia: arpe e vele pietrificate, corde di basalto, xilofoni di roccia, semi di pietra. La suggestione è potente. E bastano pochi scambi per capire tutta la passione che anima questo artista. Mostra le sue opere, parla del lungo percorso avviato e del senso della sua ricerca instancabile. Ha le mani grandi e ruvide di un contadino e occhi magnetici. Grazie alla tecnologia e alle sue intuizioni realizza particolari tagli nella pietra che, con una semplice carezza, emette vibrazioni e suoni ammalianti.
«Io non credo di aver aperto nuove strade - dice quasi con pudore - ho semplicemente trovato il modo di dare a una materia apparentemente muta un suono, il suo suono. Sono convinto che se l'uomo riuscirà ad instaurare questo rapporto emotivo con l'arte, potrà costruire una relazione nuova e non strumentale con la natura. Potrà anche fermarsi di fronte a un albero in fiore, applaudire e commuoversi».
La ricerca intanto apre nuovi orizzonti. «Da tempo con la pietra vado scoprendo emozioni sopite da silenzi irreali - rivela Sciola - ma le melodie che riesco a far scaturire dalle ultime sculture non hanno nulla di terreno, sono suoni astrali. Questo non fa che confermare una mia intuizione quando ho scoperto il “cielo” dentro il basalto: incrostazioni stellari e costellazioni infinite».
Sciola è un fiume in piena, parla delle sue origini contadine, della sua famiglia numerosa e di quando, fin da bambino, preferiva sbozzare le pietre piuttosto che studiare le tabelline.
Nel 1959 vince una borsa di studio che gli permette di frequentare l'Istituto d'arte di Cagliari. A Firenze, nel 1964, frequenta il Magistero d'arte e a Salisburgo l'Accademia internazionale, dove segue corsi di Kokoschka, Minguzzi, Vedova e seminari di Marcuse. Viaggiando per l'Europa conosce artisti come Aligi Sassu a Giacomo Manzù, Fritz Wotruba, Henry Moore. Nel 1967 vince una borsa di studio per frequentare l'Università di Moncloa a Madrid; nel maggio del '68 è a Parigi. Nello stesso anno, rientrato a San Sperate decide di trasformarlo in un paese-museo. Così nei muri delle case del paese, ritinteggiati completamente di calce bianca, iniziano a «fiorire» i murales e nelle piazze vengono deposte le prime sculture. Un rinnovamento, quello dettato dall'indiscussa cifra artistica di Sciola, tutt'altro che facile da mettere in atto. E le resistenze culturali sono visibili anche oggi, a giudicare dalle parole del sindaco scritte in una brochure in occasione dell'iniziativa della strade colorate. Eppure San Sperate e Sciola sono un tutt'uno e la sua presenza dovrebbe essere considerata una risorsa per la comunità. «La necessità di divulgare l'arte - spiega lo scultore nominato nel 2012 commendatore della Repubblica dal presidente Napolitano - è una sorta di utopia, un'idea nella quale continuo a credere anche se in un modo diverso rispetto all'epoca dei murales». Intanto mezzogiorno è passato da un po'. Il maestro insiste: «Non andate, adesso continuiamo a parlare seduti a tavola. Il suo laboratorio è un luogo speciale, quasi di culto, con riviste, libri e immagini accatastate ovunque. Sullo sfondo il camino acceso. Sciola cucina una pasta e imbandisce la tavola con formaggi, olive, salumi e cannonau. E per finire il rito delle castagne abbrustolite. Parla con orgoglio dei suoi tre figli e con lucido realismo delle prove che la vita riserva. E continua il racconto della sua evoluzione artistica, passando attraverso i semi di basalto e la metafora della fecondazione della terra. Fino ad arrivare alle idee ancora incompiute. «Mi rendo conto il tempo si accorcia sempre più - premette - ma ci sono progetti che mi stanno particolarmente a cuore». Apre una cartelletta e mostra alcuni acquarelli. «Mi piacerebbe realizzare una foresta pietrificata: alberi di basalto tagliati alla base a perdita d'occhio per far capire l'angoscia e il grido di dolore della natura deturpata». Quanti spunti di riflessione, quanta energia in quest'uomo dalla carica umana inesauribile. Cita compagni di viaggio come Moni Ovadia, Philippe Daverio, Renzo Piano, Arturo Carlo Quintavalle. E davanti al camino legge alcuni versi scritti di suo pugno: «Quando non ero e non era il tempo. Quando il caos dominava l'universo, Quando il magma incandescente celava il il mistero della mia formazione. Da allora il mio tempo rinchiuso da una crosta durissima. Ho vissuto ere geologiche interminabili. Immani cataclismi hanno scosso la mia memoria litica. Porto con emozione i primi segni della civiltà dell'uomo. Il mio tempo non ha tempo».
E chissà se Sciola si è già reso conto di essere a sua volta senza tempo.

 

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