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Un mistero chiamato natura

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di Gianni Cavazzini
La presenza di Goliardo Padova (1909-1979) nel contesto della pittura italiana del '900 si configura ora, a distanza di trent'anni dalla scomparsa, nella densità espressiva di un'inimitabile esperienza umana e, insieme, artistica.
L'occasione di una verifica viene dalla mostra di «opere scelte» che s'inaugura oggi alle 17,30, negli spazi  de «La Correggio Cornici» di Roberto Rabaglia (via Capelluti 5/c, aperta sino al 30 maggio). Nelle carte e nei dipinti qui esposti si specchia infatti tutto il percorso di una vita  d'artista sempre contesa fra le ragioni chiare e concrete  dell'esistenza e le aspirazioni di quel miraggio inesausto  che solo la pittura può dare a chi la scelga come valore primario del vivere.
E' quel che ha fatto Padova nel corso  del suo viaggio intrepido fra le insidie parallele dei due mondi in cui si esprimeva la sua presenza: quello (che a Padova appariva difficile e spesso ostile) degli obblighi sociali,  delle prospettive di carriera, del cosiddetto  successo e quello della realtà di natura (in cui l'artista  si trovava a suo agio, specie quando veniva a contatto con la vita, brulicante e misteriosa, che, ai suoi occhi, scorreva  al di sotto delle apparenze rugose del visibile). Così, in una tensione continua di umanità e di natura, si è formato un «mondo poetico» che, a ben guardare, nel caso di Padova, non impresta da nessuno, anche se, a chi guarda,  pare attraversato dalle tante esperienze che il '900 ha bruciato sugli altari della «pittura parlata».
Ed eccoli i momenti in cui si può racchiudere la straordinaria vicenda  creativa di Goliardo Padova: le giovanili applicazioni grafiche degli anni di studio (prima all'Istituto d'Arte  di Parma con Guido Marussig e Gino Robuschi  e poi all'Accademia  di Brera, in decorazione sotto la guida autorevole di Giuseppe Palanti); le sperimentazioni chiariste degli anni Trenta interrotte dall'intermezzo convulso  e appassionato del movimento antifascista di «Corrente»; la deportazione  in Germania, seguita, nell'immediato dopoguerra, dai dubbi e dalle incertezze lasciate in lui dagli orrori del «lager», e, infine, il periodo ultimo, con l'inesausto viaggio condotto, sino alla morte,  a contatto di respiro con la pulsante realtà  del mondo di natura.
Il primo campo di analisi che consente di ricostruire il metodo di lavoro di Padova è dato dalle opere su carta: disegni, tempere, gouaches portano i segni delle  emozioni  prime, di una sostanza attinta al fondo di certe lanche del Po, tra i tronchi neri o nell'occhio immobile delle burrasche padane. Si profila così, nella fase più matura, dell'attività  di Padova, la definizione di un rapporto rigoroso con la struttura meno  apparente del paesaggio: si annuncia in  questi lavori un risalire ai miti della terra padana, verso  una figurazione misteriosa e inquietante. Gli uccelli segnano l'aria con l'impronta folgorante del loro volo e suscitano memorie drammatiche nella storia del grande fiume.
In alcuni dipinti di piccolo formato esposti alla «Correggio» il discorso assume accenti corruschi: le sensazioni traspirano l'alito allarmato di una terra e di una natura che si oppongono  risentite alle violenze crudeli della civiltà moderna.
Padova raccoglie con la sua pittura il respiro declinante di una realtà che muore. La storia di Padova - come già si è detto - era iniziata molti anni prima, a Milano in ambito chiarista, per addensarsi  poi nelle inquietudini della materia e del colore di «Corrente». Due poetiche che l'artista si era portato nel cuore durante  il transito della guerra per mischiare insieme negli anni della  speranza.
Era seguito un periodo di tormentato silenzio,  prima che (fu Roberto Tassi a fissare la data del 1958) esplodesse la tensione espressiva che Padova aveva lasciato  bruciare, a fuoco lento, sotto la cenere del suo esistere.
Ed ecco che la materia densa e aggrovigliata rinserra nelle fibre della tessitura cromatica gli impulsi germinativi del mondo di natura. In tal modo la storia artistica di Padova accende un rapporto a contatto di respiro con la sostanza organica della materia vivente: la distanza dal reale si attenua e si consuma sino ad abolire, in un affondamento progressivo, la stessa visione spaziale del paesaggio. E' il pittore che s'immerge nelle spire avvolgenti di una natura percorso da forze oscure e minacciose.
Si svela ora, alla distanza critica di un trentennio dalla scomparsa, tutta l'originalità di un rapporto nutrito di sensazioni e scandito sui grandi cicli vitali che vedono protagonisti gli uomini, le stagioni, la terra e il cielo. Ed è Goliardo Padova che esplora questa realtà con la dedizione totale dei «chiamati alla pittura».

 

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