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Sanelli, ma chi era costui?

Rispolverati l'autore de «Il Fornaretto» e altri musicisti famosi nell'Ottocento

Sanelli, ma chi  era costui?
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Senza scomodare la «microstoria» e quindi mettendo da parte il travaglio di pensiero che è andato fiorendo attorno a questo atteggiamento di ricerca, possiamo salutare questa nuova impresa del nostro studioso che da anni va operando con inesausta acribia entro i recessi più sotterranei delle nostre vicende musicali, con la consapevolezza che l’osservazione di certe zone velate dall’opacità del tempo rappresenti un modo per penetrare nel profondo nel tessuto della « grande storia», ribadendo la convinzione terenziana, richiamata da uno storico illuminante quale Galasso, che «nulla di ciò che è umano ritengo estraneo a me». Nessun intento recriminatorio infatti sembra di cogliere in «Intorno al Maestro» (ed. Aracne) di Gaspare Nello Vetro, intelligente lavoro, scaturito dalla curiosità di illuminare quel paesaggio musicale sul quale la presenza di Verdi, nella stringente prospettiva della storia, ha fatto calare, inesorabilmente, la sua ombra. Un modo per celebrare Verdi in maniera indiretta, attraverso la conoscenza di quel contesto dal quale la sua personalità è potuta emergere con quei segni di originalità che ben conosciamo e col quale il giovane bussetano ha dovuto confrontarsi. Oggi siamo soliti ricomporre il percorso secondo tappe sinteticamente fissate dai grandi protagonisti, Rossini, Bellini, Donizetti, i quali erano sì le punte d’eccellenza che spiccavano dai cartelloni – si pensi agli sforzi compiuti per inaugurare il nostro nuovo teatro, nel 1829, con il nome del grande pesarese, e al ripiegamento quindi su Bellini, con « Zaira» - ma accanto ad essi il tessuto ‘quotidiano’ era nutrito da opere di compositori di cui oggi non si ricorda neppure il nome. Per dire di quel fenomeno di dissolvenza che si è verificato in ogni epoca, l’implacabile setaccio del tempo che ha semplificato il profilo del paesaggio, come si può cogliere dalle parole di un insigne studioso quale il Dent che ha definito il nostro primo ottocento « un deserto dorato solo perché luccica qua e là». Ora proprio un tipo di indagine quale ha compiuto Vetro ci consente di osservare in maniera più ravvicinata quella realtà teatrale che trovava una corrispondenza assai vivace da parte di un pubblico che ogni anno richiedeva novità; non solo nella sorpresa di soggetti nuovi ma soprattutto nella diversità di angolazione con cui un soggetto veniva proposto musicalmente, il che spiega la circostanza che, fin dalle origini del teatro musicale del resto, lo stesso libretto fosse stato messo in musica da parte di diversi compositori. E’ avvenuto anche per il giovane Verdi osservando come il soggetto di alcune delle sue prime opere - « Finto Stanislao», « Ernani», «Giovanna d’Arco», «Alzira», « Attila» ed altre ancora- fosse stato utilizzato da altri compositori. Confronti che rappresentavano uno stimolo vivo per il pubblico, « assai più sensibile all’odore di plagio e alla mancanza di personalità di un compositore », osserva acutamente Giuseppe Martini nella introduzione, di quanto non lasci immaginare il quadro non poco confuso entro cui veniva vissuto il rapporto con l’opera, mai dimenticando l’assoluta primazia imposta dalla presenza dei cantanti, punto di partenza obbligante, anche per il compositore, di ogni avventura operistica. A immergerci in questa realtà più sottilmente intricata ci guida Vetro rievocando alcune figure di personaggi «minori» che sono stati in vario modo partecipi di quella civiltà musicale nutrita dalla particolare temperie che Maria Luigia aveva saputo coltivare nella nostra città; frutto di quella sua inclinazione musicale coltivata con rigore fin dall’infanzia e insieme di quella lungimiranza ben fissata da Claudio Gallico nel sottolineare come « l’impeto, la costanza dell’operosità teatrale parmense non conoscono soluzioni di continuità. Ciò risulterà clamorosamente allorquando le peripezie politiche dell’età napoleonica investiranno anche questo ducato. Con la sua dorata grazia, con la sua aggregante attrattiva, con la sua malìa consolatoria, essa rimane il senso e il segno reale e positivo della civiltà di Parma, stabile durante il transito dei regimi politici, e dei loro eroi.». Sono figure che nella rievocazione di Vetro sembrano ritrovare uno spicco, anche deciso come quello di Gualtiero Sanelli, cui arrise una certa fortuna in molti teatri italiani, con l’opera « Il Fornaretto» in particolare di cui il volume reca una minuziosa analisi di Emilio Ghezzi; morirà prematuramente, come pure Luigi Savi, anch’egli acclamato per numerosi lavori teatrali nonché per pagine cameristiche tra cui un Quintetto che riscuoterà l’ammirazione di Paganini. Singolare figura anche quella del cremonese, ma cittadino del ducato, Giovanni Antonio Speranza, di cui il volume reca un puntuale ritratto di Raffaella Nardella. Fuori dall’alone verdiano, per ragioni anagrafiche, spicca la figura di Ferdinando Orland, uscito da un proficuo tirocinio presso la famosa scuola napoletana, autore assai prolifico, sul versante teatrale come su quello cameristico nonché su quello della musica sacra, il cui percorso trova una illuminante guida nell’ampio scritto di Giuseppe Martini.

Intorno al Maestro
Aracne, pag. 291, 17,00

 

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