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Lungo le tracce della Pulzella

Intervista a Marta Morazzoni, autrice del romanzo "Il fuoco di Jeanne". "Racconto la storia di Givoanna d'Arco: figura non chiara e definitiva come invece la leggenda la presenta".

Lungo le tracce della Pulzella

Lungo le tracce della Pulzella

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Questo libro è stato un vagabondaggio e una lotta, perché avevo voglia di andare un po’ contro un atteggiamento conformista
rispetto alla figura di Giovanna d’Arco. D’altra parte è inconfutabile che questa figura dominante nella storia della Francia, sia stata sempre utilizzata con grande spudoratezza da destra e da sinistra come una specie di simbolo buono per tutte le occasioni». Dopo la monachella senza vocazione che scappa dal convento per vivere una storia d’amore raccontata in «La nota segreta» (Longanesi 2010), la scrittrice lombarda Marta Morazzoni, nel suo nuovo libro indaga l’esistenza terrena di un monumento della fede universale: Santa Giovanna d’Arco. E lo fa in modo insolito e coraggioso, visitando tutti i luoghi in cui la Santa ha vissuto alla ricerca delle sue tracce, per scomporre la leggenda a favore della verità. Compito non facile perché sulla Pulzella d’Orléans sono state scritte milioni di pagine e i contrasti e le supposizioni abbondano, così come la leggenda stratificata sui fatti reali anima una storia complessa in cui fede e patriottismo, furore e abnegazione si fondono con risultati ora incerti, ora accreditati da quasi sei secoli di venerazione popolare. Per questo «Il fuoco di Jeanne» (Guanda, pag. 250, euro 15,00), più che una biografia scritta con la dinamica del reportage, grazie a una narrazione limpida e incalzante di cui la Morazzoni è riconosciuta maestra, è una verifica attenta dei fatti in cui la storia ha costruito attorno alla «Vergine guerriera» santificata solo nel 1920, le sue incrollabili architetture: «i realisti l’hanno letta come una fedele della grande storia di Francia; il populismo l’ha vista come la rinascita del mondo povero che prende in mano la situazione di un paese vessato dalla nobiltà francese inerte, succube dell’Inghilterra».
Marta Morazzoni, com’è nata l’idea di un romanzo su di un personaggio così complesso e letterariamente inflazionato?
Sono un’appassionata di storia, e da questo punto di vista mi affascinano le vicende della guerra dei cent’anni. Giovanna d’Arco è un personaggio che non amo e che non amavo neanche prima, ma lo scriverne ha messo in campo il bisogno di verificare il motivo di questa mia sottile antipatia. Probabilmente il perché stava nella mitizzazione di una figura che, vista da vicino, non è né chiara né definitiva come invece la leggenda la presenta.
Che cosa ha trovato di poco chiaro?
Il cammino della sua vicenda, così com’è raccontato, non è tanto limpido. Il suo è un percorso molto più sfumato e intricato, e sia la storia un po’ sommaria dei libri di testo, sia la leggenda che accompagna la nascita dell’immagine di patria in Francia, fa sì che tutti gli anfratti della sua vicenda siano deliberatamente lasciati in ombra. E lei forse, umanamente parlando, non era proprio la perfezione vivente, né un personaggio esplicitamente positivo.
Quali i dubbi maggiori?
Intanto la sua origine. In molti sostengono che non fosse una pastora ma provenisse da una famiglia nobile. Tutti gli storici rifiutano drasticamente questa ipotesi che invece la poetessa Maria Luisa Spaziani quando ha scritto il suo poemetto su Giovanna D’Arco non ha affatto scartato. Era una religiosa? Sono state costruite ad arte delle menzogne? Io non lo so e non me la sento di dare una risposta perché non ho gli elementi e gli strumenti, ma i dubbi mi sento di metterli in campo.
Se dovessimo giudicarla oggi, la definiremmo una fanatica?
Sicuramente il fatto che udisse «le voci» è simile a un’alterazione psicologica, perché la sua convinzione di essere stata guidata - reale e forse anche vera -, doveva darle la sensazione di una missione che le era stata affidata. Secondo me c’è sempre qualche cosa di paranoico in questo percorso, anche se lo contestualizziamo in un mondo legato al tema religioso e alla presenza di Dio sulla terra. A 13 anni era già messaggera di Dio e pensava alla guerra.
Non era un po’ precoce per queste cose?
A fare la guerra cominciò a pensare un po’ più tardi. Per alcuni anni è stata in una specie di limbo in attesa di partire per la sua missione, ma da quello che dice la leggenda, lei aveva già ricevuto il richiamo da San Michele. Parliamo di tempi in cui la precocità delle donne era normale.
La sua ascesa può dipendere dal fatto che la Francia attraversava un momento di grande smarrimento?
I tempi erano maturi per qualcuno che si muovesse, ispirato o no. Oltretutto l’episodio che la riguarda è piccolo e non risolutivo della guerra dei cent’anni, perché la soluzione è venuta molto più lentamente. C’è stato l’evento decisivo legato alla sede di Orléans che rimane in qualche modo incredibile soprattutto sotto il profilo della strategia militare, spiegabile solo col fatto che forse gli inglesi stavano cominciando ad allentare la presa. Sta di fatto che gli inglesi se ne andarono per paura di una strega, i francesi vinsero per il soccorso di una santa e il rogo bruciò una martire della libertà. Sulla sua morte sul rogo si dicono tante cose. Qual è la verità?
Sulla storia del rogo ci sono varie dicerie. Se veramente è morta arsa viva, non sarebbe una stranezza. Era accusata di essere un’eretica, e come tale il rogo era il suo destino. Semmai è un segno della cancellazione del suo passato il fatto che le sue ceneri siano state disperse. Il problema di idolatrare una figura che era stata una leggenda vivente poteva avere indotto gli inglesi a non lasciare nessuna traccia di lei.
Ma la traccia è rimasta, eccome! Dove ha trovato le sue tracce?
Un po’ dappertutto, perché la sua monumentalità è onnipresente. Ovunque me la trovavo davanti con tutte le mie suggestioni. Forse la cosa meno emozionante è stata la sua casa natale di Domremy, ma c’erano tanti elementi a dire che questo luogo periferico poteva essere il punto giusto di partenza per la rinascita della Francia, secondo la gestione politica che veniva da lontano rispetto a quello che era un feudo legato a Renato D’Angiò, figlio della bravissima Iolanda d’Aragona e cugino del re.
Il fuoco di Jeanne - Guanda, pag. 250, euro 15,00

 

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