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Carlo Saraceni classicità passione raffinatezza

L'artista che all'inizio del '600 sintetizzò con originalità gli stili dell'epoca

Carlo Saraceni, Venere e Marte

Carlo Saraceni, Venere e Marte

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Elegante, raffinato, armonioso, Carlo Saraceni ha raggiunto un meraviglioso equilibrio tra realismo caravaggesco, classicismo romano e senso veneziano del colore così da essere uno degli artisti più apprezzati nella Roma dei primi due decenni del Seicento dai grandi committenti religiosi e laici e la sua fama si è allargata oltre i confini in Francia, Spagna, Germania. Ma il tempo non è stato benevolo con lui in quanto il suo nome ora è noto solo agli addetti ai lavori mentre merita una ben più larga risonanza come testimonia la bella rassegna allestita a Roma nei Saloni monumentali di Palazzo Venezia (fino al 2 marzo) «Carlo Saraceni 1579 – 1620 un veneziano tra Roma e l’Europa» a cura di Maria Giulia Aurigemma come il sostanzioso catalogo della De Luca Editori d’arte. Ed era giusto che fosse Roma a dedicargli la prima monografica perché, sebbene nato e morto a Venezia, è nell’urbe che ha vissuto la sua carriera d’artista, essendovi arrivato sulla soglia del Seicento, quando aveva una ventina d’anni, e avendola lasciata poco prima della morte giunta a soli 41 anni. Arrivò – ha scritto Giulio Mancini - «con principi appresi nella sua patria», ossia con quanto aveva imparato da Giorgione per l’atmosfera, da Bellini e Lotto per il senso spiccato del colore, da Veronese per gli scenari architettonici. A Roma ha subito l’influenza di Caravaggio ma lo ha interpretato con la propria sensibilità veneziana che lo ha portato ad attenuare il crudo realismo con una maggiore tenerezza negli accordi, con una serenità che avvolge i personaggi e gli ambienti punteggiati di colori smaglianti, i rossi, i bianchi, i blu. Negli ampi panorami si rilevano contatti col tedesco Adam Elsheimer e il suo poetico «mondo microcosmico» soprattutto nei pastosi dipinti su rame e nel complesso e affollato «Diluvio universale».
Il ritratto posto all’inizio del percorso mostra il pittore a 37 anni, all’apice del successo. E’ un bell'uomo, dallo sguardo profondo, intrigante, dal volto incorniciato dalla barba scura e dai capelli folti e scompigliati; sull’abito nero spicca la candida gorgiera. «Costui faceva del bell’humore – ha scritto il biografo Giovanni Baglione - e voleva andar sempre vestito alla francese, benché egli non fosse mai stato in Francia». A quel tempo aveva già realizzato numerosi capolavori tra cui lo straordinario «Santa Cecilia e l’angelo» che si regge su un perfetto equilibrio di sguardi, di colori, di forme disegnate con perfezione miniaturistica, che creano un’atmosfera di armoniosa spiritualità. La stessa che troviamo in opere dello stesso periodo come il grandioso «Transito della Vergine» (m. 3,80 x 2,40) commissionato per la cappella Cherubini in Santa Maria della Scala a Roma in sostituzione della celebre «Morte della Vergine» dipinta dal Caravaggio e non gradita per il crudo realismo. Tra le grandi pale d’altare spiccano pure il «Riposo nella fuga in Egitto» e la «Madonna col Bambino e S. Anna». La prima è stata commissionata da Olimpia Aldobrandini, nipote di Clemente VIII e madre di Margherita duchessa di Parma: un fascio conico di luce scende dalla sinistra e illumina i soavi angioletti che stanno cantando al Bimbo divino, che si agita tra le braccia della madre; dietro San Giuseppe e l’asino si staglia un paesaggio di una soffice rigogliosità. La tela con Sant’Anna è invece caratterizzata da un pregnante realismo descrittivo nella espressione delle persone, negli abiti e nella biancheria, animati da ondeggianti panneggi ritmati di pieghe e di ombre. Dopo le grandi tele vengono esposti i raffinati dipinti su rame iniziando da un altro capolavoro, quel «Venere e Marte» che, seppure di ridotte dimensioni, è costruito con una sorprendente ricchezza di immagini che circondano i due protagonisti, la cui nudità è esaltata dal candore delle lenzuola su cui giacciono; la scena è ambientata in uno spazio architettonico classicheggiante con statue e colonne mentre alcuni amorini giocano con le armi del dio sparse per la stanza. Subito dopo il veneziano ha realizzato per il cardinale Odoardo Farnese lo splendido ciclo dei sei rami tratti dalle Metamorfosi di Ovidio di cui tre sono dedicati allo sfortunato volo di Icaro con quel sole scuro, che richiama l’eclissi avvenuta nell’ottobre del 1605, mentre gli altri raccontano i miti di Ganimede, Arianna abbandonata, Salmace e Ermafrodito, tutti immersi in paesaggi folti di verdi alberi dalle morbide chiome che si riflettono con variegate tonalità nei corsi d’acqua.
L’attività del Saraceni è stata prevalentemente di carattere religioso ed è interessante notare come lo stesso tema possa essere stato interpretato in modo diverso a distanza di alcuni anni. Giuditta con la testa di Oloferne, ad esempio, in una prima versione è descritta in piena luce con colori smaglianti e con precisione miniaturistica; in quella del 1610, invece, si nota la svolta caravaggesca con un forte contrasto luministico che investe i protagonisti creando un’intensa tensione drammatica. Anche nella notturna «Adorazione dei pastori» la luce illumina la Madonna e il Bambino, sfiora San Giuseppe e due pastori mentre il resto della scena è avvolto nell’oscurità.
Alla fine del 1619 Saraceni torna a Venezia accompagnato da alcuni aiuti e di questo brevissimo periodo (è morto nel giugno 1620) sono esposte due discusse opere: «San Francesco in estasi» e la brillante «Annunciazione»: nella prima si ipotizza l’intervento di allievi e nella seconda (per l’angelo) di Jean Le Clerc, collaboratore talvolta confuso col maestro. E con alcune opere su cui si sta cercando di sciogliere i dubbi si chiude la stimolante rassegna.

 

 

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