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Profezia sociale ed eros: torna «La Califfa» di Alberto Bevilacqua

Profezia sociale ed eros: torna «La Califfa» di Alberto Bevilacqua
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di Giuseppe Marchetti
È un inizio diventato famoso: «Si fa presto a dire: quella è una slandra, una donna da rifiuti. Ti mettono la croce addosso e addio, poi fanno le orecchie del sordo». 
 Era il 1964, Rizzoli pubblicò «La Califfa» del parmigiano Alberto Bevilacqua, che ora Einaudi lodevolmente ripropone. E quel titolo piacque, divenne un modo di dire, si fece largo tra la folla dei romanzi che covavano sotto la cenere del realismo la loro fragile entità di storie. Questa no. Il giovane Bevilacqua trentenne la caricava di un sapore nuovo, profetico si disse.
Non era una facile profezia, comunque, era semmai un credere disperato all'istinto del tempo, una festa di toni e di ingiunzioni sentimentali che violavano la consuetudine di quegli anni già così presuntuosi di sé, del benessere e del consumo che diventavano la moda da seguire a ogni costo.
«La Califfa» è, in fondo, anche un intenso romanzo d'amore: lo si vide meglio quando Bevilacqua ne trasse una sceneggiatura per il proprio film con Ugo Tognazzi e Romy Schneider, ma fra queste pagine s'annida una novità che supera di molto le figure e i caratteri dell'Irene Corsini «slandra» e di Annibale Doberdò. È la novità che l'autore stesso  ci sottopone: «Annibale Doberdò divenne il simbolo vivente di una categoria sociale che il fascismo doveva arricchire, senza poi travolgerla nel suo crollo, che i preti dovevano benedire anche nei suoi peccati e alla quale la guerra doveva offrire, nel desolato deserto, i fiori amari della speculazione».
Dunque, una novità politica e sociale ancor prima che letteraria, la quale poi nell'alternarsi della prima e della terza persona durante lo svolgimento del racconto concepiva e restituiva un naturalismo psicologico fine e disincantato quale forse più Bevilacqua raggiunse nelle opere successive dominate da altre preoccupazioni di contenuti e di stili descrittivi. In quegli Anni Settanta, tra «Memoriale» di Volponi e «Le furie» di Piovene, «I racconti» di Delfini e «Il male oscuro» di Berto, «La cognizione del dolore» di Gadda o «L'attenzione» di Moravia, Bevilacqua infila l'oggetto ansioso della sua protagonista e il significato di un comportamento sociale, politico e sentimentale che Calvino avrebbe qualche anno dopo definito come neoespressionismo agli albori della rivoluzione industriale.
Rivoluzione che però Bevilacqua riconduce non ai massimi fattori dell'impegno e degli elementi storici, bensì ai segni costitutivi della città, di una Parma gagliarda illuminata tra i borghi e le strade, sul maneggio del parco che guarda i balconi di palazzo Doberdò, sui «celerotti inchiodati davanti ai cancelli», sulla povera Clementina Doberdò, sul Gazza al quale il commendatore ingiunge: «La sua dignità sta nell'ascoltare e nel lavorare sott'acqua...», e infine sull'indimenticabile Viola.
Costruito per spazi molto stretti e doppiamente legati, il romanzo conserva drammatica, mentre la pronuncia narrativa si semplifica in suggestione del parlato che la felicità carnale di Doberdò declina agevolmente e la sensualità della Califfa nobilita con un sorriso e una smorfia unite da «una purezza di fondo»  che Bevilacqua fa risaltare con avvincente passione di uomo e di romanziere.

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