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Cultura

La rivoluzione tipografica di Bodoni

Nel duecentesimo della morte un incantevole volume nato da un progetto di Franco Maria Ricci, editore con Step e Cariparma. A Parma ha trovato l'ambiente ideale per sviluppare tutta la sua eccezionale genialità tecnica ed estetica

Pubblicazione di Franco Maria Ricci

Pubblicazione di Franco Maria Ricci

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Franco Maria Ricci celebra il bicentenario di Giambattista Bodoni con un incantevole volume che lo conferma come l’unico, autentico erede del «principe dei tipografi». «Bodoni 1740 – 1813» nasce da un progetto editoriale dello stesso Ricci, che ne è pure l’editore insieme alle Grafiche Step e a Caripama Crédit Agricole: trecentoventidue pagine di grande formato, graficamente perfette anche nella stampa, con splendide illustrazioni, con le prefazioni di Ariberto Fassati, presidente di Cariparma Crédit Agricole, e di Sabina Magrini, direttore della Biblioteca Palatina e del Museo Bodoniano, e con i saggi di Corrado Mingardi, Marzio Dall’Acqua, Pedro M. Càtedra, Caterina Napoleone, Fernando Mazzocca, Andrea De Pasquale e Daniela Moschini, che approfondiscono le varie sfaccettature della straordinaria e innovativa attività del saluzzese e del mondo in cui si è trovato ad operare. Eccellenza tecnica, perfezione estetica: ecco la formula vincente di Bodoni, creatore di una «equilibrata semplicità» che si rifà ai modelli dell’essenzialità classica.
Nato in una famiglia di tipografi, si è perfezionato a Roma nella Stamperia di Propaganda Fide, dove si preparavano edizioni poliglotte per i missionari. A Roma ha assorbito la classicità; ha colto i germogli del sorgente neoclassicismo fermentanti in Piranesi, Mengs, Winckelmann, Batoni; ha incontrato il dotto teatino Paolo Maria Paciaudi che ha segnato il suo destino, suggerendo il suo nome al duca di Parma per fargli dirigere la «Stamperia Reale», così chiamata perché l’infante don Ferdinando di Borbone era nipote di re Carlo III. E nel tranquillo ambiente parmigiano Bodoni ha potuto sviluppare tutta la sua eccezionale genialità tecnica ed estetica. Egli infatti – ha acutamente sottolineato Corrado Mingardi - ha assommato in sé «una serie di competenze che l’arte tipografica aveva nel tempo via via separato con affidarle a ciascun specialista: quella dell’incisore di punzoni, prima fase del disegno del carattere, del fonditore degli stessi e dello stampatore compositore della pagina e suo impressore». Caratteri e impaginazioni rivoluzionari per quel periodo in quanto segnati dall’innovativo stile neoclassico con caratteri «a forte contrasto tra asta e filetto» di una suprema purezza segnica, con frontespizi che si rifanno alle epigrafi romane. «Il giusto rapporto – sottolinea ancora Mingardi – fra testo e margini, fra riga e riga, fra lettera e lettera, fra chiari e scuri fa della pagina bodoniana un prodigio di leggibilità e nell’insieme un’immagine armoniosa».
Lo stesso Giambattista Bodoni era conscio della radicale innovazione da lui portata nel campo della grafica editoriale così da scrivere: «Non temerò di essere tacciato di soverchio amor proprio se oso asserire che la serie delle edizioni da me eseguite negli anni scorsi è stata come una scossa elettrica che ha fatto andare in disuso le vecchie consuetudini tipografiche, e che ha introdotto una nuova armonia nella semplice e maestosa formazione de’ frontespizi, ed una migliore e più vaga proporzione nelle pagine adatte alle varie qualità delle carte e de’ formati, e perciò mi chiamo ben pago di tante fatiche e ben impiegati i miei studi, avendo richiamato il buon gusto che ne era bandito e sconosciuto presso tutti gli impressori d’Europa».
La sua produzione più significativa per bellezza e importanza viene riportata in un esemplare «Regesto» che inizia nel 1768 col volume in ottavo, uscito in ottobre, in cui si «canta» la guarigione del primo ministro Guglielmo Du Tillot e prosegue pure dopo la sua morte (30 novembre 1813) coi capolavori stampati fino al 1818 (col conclusivo «Manuale tipografico del cavaliere Giambattista Bodoni») nella tipografia gestita dalla vedova Margherita Dall’Aglio di cui ci ha lasciato un espressivo, romantico ritratto Giuseppe Bossi, autore nel 1800 del noto disegno celebrativo della fama raggiunta da Bodoni, incoronato sotto gli occhi di Minerva e dei più illustri letterati greci, latini e italiani di cui ha pubblicato le opere.
L’elenco è suddiviso per anni e scandito da brevi note sulla sua vita; di ogni libro vengono indicati le principali caratteristiche e il numero di repertorio di Brooks. La rassegna è completata con raffinata intelligenza dall’illustrazione per ogni pubblicazione del frontespizio o di un’immagine che la connota in modo significativo così da offrire una splendida, eccezionale panoramica di tutta l’attività editoriale bodoniana. Si susseguono pagine di ordinata bellezza, di ritmato nitore che hanno fatto equiparare Bodoni a Canova, a Raffaello per avere riportato la pagina – come ha scritto Mazzocca - «alla splendente semplicità dell’epigrafia antica e al nitore dei volumi del Rinascimento».
Infatti «la produzione tipografica-editoriale del Bodoni, considerata nel suo insieme e nella sua lunga parabola, rappresenta uno dei vertici del Neoclassicismo. Questo riguarda, naturalmente, anche lo straordinario repertorio di immagini, compresi i fregi, le vignette e le stampe da lui commissionate ai migliori incisori».
Tutto questo spiega l’eccezionale successo internazionale ottenuto da Giambattista Bodoni che l’ha portato a contatto coi regnanti e coi maggiori uomini di cultura del suo tempo, come si legge nei vari saggi e come appare attraverso i dipinti riprodotti, eseguiti da celebri artisti tra cui Goya, Mengs, Canova, Gérard, Zoffany, Baldrighi, Isabey, Vieira, Angelica Kauffmann, Pietro Melchiorre Ferrari che illeggiadriscono il volume che si pone come fondamentale per la conoscenza del principe dei tipografi.

 

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