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Epopea del lavoro e dei diritti

Milano, opere al Museo del Novecento fino al 9 marzo

 Il «Quarto Stato» di Pellizza da Volpedo

Il «Quarto Stato» di Pellizza da Volpedo

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Il «Quarto Stato» di Pellizza da Volpedo non è solo una splendida opera d’arte, è la magistrale icona del mondo del lavoro e delle faticose conquiste sociali. Milano l’ha adottato come simbolo del Museo del Novecento e anche come prima immagine delle iniziative culturali programmate per l’Expo. Ed ora ha pure allestito una mostra che - con dipinti, bozzetti ad olio, disegni e schizzi - spiega la complessità della sua lunga gestazione ideologica e iconografica: si tiene (fino al 9 marzo) al Museo del Novecento col titolo «Giuseppe Pellizza da Volpedo e il Quarto Stato. Dieci anni di ricerca appassionata». L’ha curata la maggiore studiosa dell’artista, Aurora Scotti, accompagnandola con un libro di approfondimento, il «Quarto Stato», edito da Electa con un ricco corredo di documenti e di illustrazioni. Giuseppe Pellizza (1868 – 1907) è nato a Volpedo, centro agricolo in provincia di Alessandria, dove il padre possedeva terreni che coltivava. Iniziava a disegnare a scuola mettendo subito in evidenza una buona predisposizione per il disegno cosicché a sedici anni si iscriveva all’Accademia di Brera, sperimentava pure le tecniche dell’incisione e l’anno seguente esponeva nella mostra degli allievi.
Nel novembre del 1887 si recava a Roma, iscrivendosi all’Accademia di San Luca, ma non contento dell’insegnamento che riceveva, si trasferiva a Firenze all’Accademia guidata da Giovanni Fattori e qui incontrava vari giovani artisti tra cui Plinio Nomellini e Guglielmo Micheli coi quali stringeva una duratura amicizia: era il momento dei macchiaioli la cui pittura si orientava soprattutto verso il paesaggio o le situazioni ambientali della borghesia. All’esposizione universale di Parigi (1889) veniva però colpito dal realismo rurale, che diventerà uno dei suoi temi preferiti. Così collocava nella campagna molti dei suoi soggetti e trasponeva in chiave rurale anche le rivendicazioni operaie cittadine, iniziando a studiare nei bozzetti i particolari del quadro «Gli ambasciatori della fame» (1892) che ha come scenario la piazza di Volpedo. Il dipinto costruito con larghe e luminose pennellate mostra in primo piano tre personaggi (due uomini e un ragazzo) che avanzano mentre sullo sfondo si notano bandiere rosse e la chiesa lontana. E’ l’inizio di un percorso che si concluderà col «Quarto Stato». All’esposizione di Genova veniva premiato con la medaglia d’oro e lo stesso anno sposava Teresa, una ragazza del suo paese che farà da modella in molte opere.
Il successo di Genova lo spingeva ad approfondire le ricerche per migliorare gli effetti luministici e atmosferici e accoglieva il suggerimento di Nomellini di scomporre i colori sulla tela; così rientrato a Volpedo iniziava a sperimentare la piccola punteggiatura divisionista. «L’applicazione meticolosa delle piccole pennellate – ha scritto Aurora Scotti - in dimensioni proporzionate a quelle della tela in modo da non disturbare in nessun caso la percezione, permetteva di stabilizzare le immagini, traducendo i movimenti in ritmi lineari, adatti anche a suggerire vibranti stati d’animo». Nel luglio del 1895 decideva di cambiare nome ad «Ambasciatori della fame» trasformandolo in «Fiumana» ma intendeva pure modificare il soggetto come dimostrano gli studi esposti. In un bozzetto ad olio le tre persone in primo piano diventano due uomini e una donna mentre le persone sullo sfondo aumentano e le case si distanziano. Il personaggio centrale – in un carboncino studiato in dimensioni naturali – è un uomo maturo, barbuto, col cappello in testa, il gilet rosso e la giacca appoggiata sulla spalla destra. L’uomo che lo affianca è pure barbuto e col cappello ma senza gilet, la giovane donna dai capelli neri e raccolti porta in braccio un bimbo piccolissimo. Dal bozzetto l'anno successivo si passava alla realizzazione dell’enorme tela (oggi alla Pinacoteca di Brera e presente in mostra) di due metri e mezzo d’altezza e oltre quattro di larghezza, chiamata «Fiumana» per il gran numero dei lavoratori che alle spalle dei protagonisti sembrava continuamente aumentare come un fiume in piena. Nelle figure in primo piano spicca il contrasto tra i giubbetti rossi e verdastri e il bianco delle camicie, mentre i pantaloni di fustagno sono di «un colore che va dal rossastro al verdastro con tutte le gradazioni intermedie» che Pellizza aveva ripreso osservando i vestiti dei contadini. Ma nel 1898 l’artista pensava di riprendere il tema politico sociale in una tela di dimensioni ancora maggiori: tre metri per cinque e mezzo, dandogli il titolo fortemente simbolico di «Quarto Stato», quello costituito dai lavoratori che, come una siepe umana e vestiti con le stesse tonalità in segno d’uguaglianza, marciano, dietro i tre personaggi in primo piano, stringendosi solidalmente l’uno all’altro: schiera compatta in cammino verso un futuro migliore e socialmente più giusto. Il dipinto era terminato nel 1901 e lo sfondo dietro i lavoratori era ridotto al verde degli alberi che si stagliano in un azzurro terso di luce e di speranza. Il Comune di Milano l’ha acquistato nel 1920 col contributo dei privati ma con l’affermazione del fascismo finiva nei magazzini da cui riemergeva nel 1954. Oggi ha trovato una degna collocazione all’ingresso del Museo del Novecento, che ne ripropone anche la storia.

 

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