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La casa delle etnie perdute

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di Maria Pia Forte

La guerra infieriva in tutta l’Europa, ma i lavori iniziati nel 1939 per erigere il nuovo quartiere verso il mare, destinato a ospitare l’Esposizione Universale di Roma, continuarono fino al '43. Prima del disastro si fece in tempo a terminare anche il marmoreo palazzo progettato da Armando Brasini e Marcello Piacentini, modernissimo per le linee razionaliste e funzionali ma enfatico secondo lo spirito del regime fascista, nei cui spazi giganteschi avrebbe dovuto essere allestito un modernissimo Museo delle Scienze. Non fu così: a lungo quest’edificio dell’Eur rimase un guscio vuoto. Finché negli anni Settanta non divenne sede del Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini e della relativa Soprintendenza.    Eccolo lì, il parmigiano professor Pigorini (nacque a Fontanellato nel 1842), padre della moderna paletnologia italiana, con barba bianca da profeta biblico, in una grande fotografia alle spalle di Maria Antonietta Fugazzola Delpino, paletnologa che da diciotto anni dirige il Museo e sovrintendente. Una bella signora sotto il cui aspetto sognante deve nascondersi un carattere di ferro, considerata la dura battaglia che si è sobbarcata dapprima per rimettere in sesto un’istituzione degradata e oggi per tenerla in vita.   «Il Museo e tutto l’Istituto sono a rischio chiusura -  dice, - ma continuo a battermi perché ciò non accada. Tutte le raccolte paletnologiche d’Italia fanno riferimento a noi, e siamo uno dei maggiori musei del mondo per ricchezza e qualità delle collezioni etnografiche. Per la sola Oceania abbiamo 15.000 pezzi, fra cui persino alcuni riportati da James Cook dalle Hawaii, e poi ci sono altre decine di migliaia di oggetti eccezionali provenienti da ogni continente. Ciò che vede esposto è una minima parte di questo patrimonio, il resto è nei magazzini, un museo nel museo dove tutto è catalogato con cura».

 Come sono arrivati qui gli oggetti hawaiani di Cook?  
 «Appartennero alla collezione settecentesca del cardinale Stefano Borgia e al famoso collezionista Giglioli. Per i reperti più antichi dobbiamo invece ringraziare Athanasius Kircher, il gesuita tedesco che nel Seicento mise insieme una vasta collezione di antichità e di oggetti etnografici e di storia naturale. All’indomani dell’Unità Pigorini, che a Parma aveva diretto il Museo di Antichità, propose di fondare nella nuova capitale un museo che custodisse tutte le antichità italiche; e vi affiancò i materiali etnografici dei cosiddetti popoli primitivi, il cui studio poteva aiutare a capire le culture preistoriche. Le raccolte del Museo Kircheriano furono il primo nucleo del neonato Museo preistorico etnografico, a cui si aggiunsero presto moltissime nuove acquisizioni».
 
Per merito di Luigi  Pigorini?
   «Sì. Pigorini fu un instancabile procacciatore di oggetti. Avvalendosi della sua autorevolezza - fra l’altro nel 1912 divenne senatore, - prometteva titoli, che poi magari non dava, in cambio di tesori per il suo museo, istruiva i viaggiatori su cosa riportargli da terre lontane, saccheggiava reperti nelle soffitte delle università, si faceva regalare collezioni perfino dal Re. Non per nulla fu soprannominato ''squalus vorax''... Insomma, il museo nacque con le vetrine vuote, ma dopo dieci anni, grazie a lui, erano piene».

Oggi cosa resta di quei tempi in cui lo Stato si preoccupava di tenere alto il nome dell’Italia nel campo della cultura?  
 «Visitando il museo, dove avrà incontrato un custode al massimo, si sarà resa conto della situazione in cui ci dibattiamo. Siamo il museo più visitato in Italia dalle scolaresche, siamo considerati soprattutto all’estero una delle più importanti raccolte di preistoria ed etnografia, facciamo anche didattica e ricerca, siamo l’unico museo italiano dove sia possibile avvicinarsi alla storia delle culture umane dalle origini ad oggi, università italiane e straniere mandano i loro studenti a fare stage da noi, come Soprintendenza siamo spesso chiamati a seguire scavi in giro per l’Italia e abbiamo anche delle missioni all’estero. Eppure, mentre il nostro omologo di San Pietroburgo stipendia trecento ricercatori e il Museo di Leiden in Olanda e il Museo dell’Africa di Tervuren in Belgio ricevono ognuno 7 milioni di euro all’anno, noi non abbiamo nemmeno i fondi strettamente necessari e rispetto a pochi anni fa il personale è dimezzato. Facciamo salti mortali per non chiudere al pubblico il museo e la biblioteca e per continuare il lavoro nei due laboratori nazionali di antropologia fisica e di archeozoologia. Quando assunsi quest’incarico c'erano sette restauratori, adesso è rimasta solo una restauratrice».

Malgrado ciò, rispetto a una quindicina di anni fa questo grande museo nazionale dalla storia illustre è risorto e oggi è alla pari con analoghe istituzioni estere.

«Quando arrivai qui, moltissimi reperti, ancora chiusi nelle casse trasferite dal museo Kircheriano anni prima, erano in condizioni pietose. Ma grazie a fondi sufficienti abbiamo potuto realizzare restauri, esposizioni permanenti e mostre, scavi, pubblicazioni. Oggi, invece, i funzionari - insigni archeologi ed etnoantropologi, - gli impiegati ed io stessa abbiamo più volte dovuto svolgere funzioni di custodia».
 

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