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Dove il Maestro incontrò la musica

«Alle Roncole con Verdi fanciullo», Corrado Mingardi racconta i primi anni della vita del grande compositore

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Potesse parlare, il campanile delle Roncole direbbe di feste sull’aia e zuffe di voci, ore nebbiose e parole grosse, il gallo che alle ore giuste fa eco alle campane e da lontano, laggiù, la torre della città, che per quell’angolo di pianura risponde al nome di Busseto. Questo è l’orizzonte del piccolo Giuseppe Verdi e qui si è formato finché Busseto non lo ha preso in consegna per indirizzarlo non già alla gloria teatrale, alla quale anzi la cittadina poneva resistenze, ma alla sicurezza del posto fisso alla quale Verdi si sottrarrà lasciandosi dietro uno strascico di amarezze. Le Roncole è invece ancora la gioia dell’infanzia. Ed è qui che si forma, se non un musicista, di certo un temperamento. Se questo è il senso del viaggio offerto da Corrado Mingardi nel volumetto «Alle Roncole con Verdi fanciullo» – edito da Grafiche Step e in uscita domani con la Gazzetta a 9,70 euro più il prezzo del quotidiano – allora si dovrà venire a patti con l’autoaffermazione astuta e autocelebrativa di «paesano delle Roncole», che il Verdi maturo recapiterà per la prima volta nientemeno che all’ambasciatore inglese a Torino, come a misurare le distanze fra due mondi lontanissimi. Ma a Mingardi non sfugge il significato stretto della parola «paesano», cioè campagnolo, villico, e tutto ricomincia a quadrare: Verdi era soprattutto un uomo delle sue parti, e di quelle zone era impregnato tutto il suo carattere, lo stesso che aveva sintetizzato all’amico scultore Vincenzo Luccardi definendosi franco, deciso, talora irascibile, volendo selvaggio ma mai difficile o prezioso. E del resto fin da piccolo la madre lo ricordava appartato e silenzioso eppure capace, a contatto con le persone, di vivacizzarsi fino a diventare insolente. Allora si ritorna necessariamente alla misura del paesello in cui Verdi nacque, cittadino dell’impero napoleonico, nel 1813, e di questo trasuda il volume di Corrado Mingardi, studioso verdiano e bodoniano ma anche bibliofilo raffinatissimo e nume tutelare della Biblioteca del Monte di Pietà di Busseto: la ricerca è puntuale e corroborata da controlli documentari e conoscenza dei luoghi; il racconto è come quello di chi prende per mano il visitatore e lo porta in giro per fotografie, cioè nella casa natale e sulla cantoria dell’organo di San Michele e fra i fossi e i campi umidi e pesanti della bassa roncolese che un giorno diventeranno, anche se per poco, sua proprietà; tramonti lunghi, temporali improvvisi, cascine isolate; fra altari svettanti di candelabri, Madonne e santi in quadro, parroci stizzosi. Da qui il proliferare di storielle, come quelle destinate ad appiccicarglisi addosso per tutta la vita. Si comincia allora dalla madre che si rifugia con il fantolino di un anno sul campanile della chiesa per sfuggire a una marmaglia di soldati, e poi il violinista ambulante che incanta il piccolo Verdi, le giornate all’organo di San Michele, la spinetta pestata e riaggiustata dall’organaro Stefano Cavalletti, per culminare nella famosa maledizione del fulmine al parroco che l’aveva malamente preso a calci perché, chierichetto, s’era distratto al suolo dell’organo, maledizione prontamente giunta a segno in un pomeriggio di settembre stendendo in colpo tutto il clero di Madonna de’ Prati. Ovviamente, si pensa subito a Monterone e Boccanegra, lo ricorda anche Mingardi e non a torto: se c’è una componente sotterranea ma produttiva nel teatro verdiano è proprio l’ingestibile potenza delle forze misteriose dell’esistenza, che guidano le vicende del mondo oltre la volontà degli esseri umani, seguendo unicamente le leggi inattingibili del caso. Cos’è questa se non cultura popolare, religiosità miscredente, rude senso di giustizia? Sono gli incanti della fede «che non è veramente celeste che quando s’innalza alla credulità del prodigio» come scriveva Boito alla vigilia del primo centenario della nascita di Verdi «Questa credulità, ahimè! Egli l’aveva perduta, come noi tutti ben presto, ma ne conservava più di noi forse, un pungente rammarico per tutta la vita». E Il Verdi quindicenne che si sente iniquamente punito per aver ceduto al fascino dell’arte è lo stesso che si risente quando verranno lesi i suoi diritti di musicista dai capricci delle censure ottuse. E allo stesso modo è il Verdi che dal nonno oste erediterà il carattere puntiglioso e il senso concreto del possesso e del denaro, il Verdi che crescendo con la madre vien fuori mite e pensoso, certo pieno di affetto e per questo sensibilissimo alle crudeltà che nasconde la vita. Ed è il Verdi della casa natale dal lungo tetto spiovente, dietro la chiesa di San Michele, che presto sarà restaurata e ripresentata con un nuovo percorso di visita. Mingardi lascia alle fotografie, tutte appositamente scattate per questo libro, il compito di portarti dentro a gustare l’angolo con i fiaschi o le finestre dalla camera da letto; il racconto invece è sul temperamento del paese, su un pugno di aneddoti che di per sé si consegnerebbero non più che alla leggenda. Pochissima carne a disposizione, che in mano d’altri finirebbe al fuoco del raccontino pedissequo per cultori inesausti: Mingardi ne fa invece pretesto per cogliere il genio del luogo, lo spirito nel quale si forma la personalità dell’uomo prima ancora di quella del musicista – che nel caso di Verdi Giuseppe da Le Roncole presso Busseto, credeteci, non è poca cosa.
Alle Roncole con Verdi fanciullo - Grafiche Step, pag. 969,70

 

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