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Rubens Tedeschi, un secolo vissuto per la musica

Critico insigne, ha scritto soprattutto sui compositori russi: Ciaikovskij e Sostakovic tra i suoi autori prediletti

Rubens Tedeschi, un secolo vissuto per la musica
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Il tempo non sembra passato per Rubens Tedeschi, che ha toccato il traguardo dei cento anni. Parmigiano d’elezione da una decina d’anni, Tedeschi ha frequentato lungamente la nostra città nell’esercizio del suo impegno critico pluridecennale: al 1946 risale infatti il suo legame, come inviato e come critico musicale , con «L’Unità» di cui per un certo periodo è stato anche direttore, a dire di un’ampiezza d’orizzonti che si coglie non solo negli spazi ristretti di una recensione, dove il suo fiuto lo ha sempre guidato a percepire dietro il contingente ragioni più sottili, distillate da uno spirito franco, a volte acutamente mordace, capace tuttavia di ricredersi riguardo atteggiamenti troppo drastici, come è avvenuto per alcune situazioni della musica contemporanea; ma ancor più nei suoi numerosi volumi dove il tema trattato, sempre con scrupolo – ricordo certe sue telefonate, anche recenti, per accertarsi di un minimo dettaglio, di una data, di un interprete – si anima su uno sfondo straordinariamente pulsante sul quale rivive la storia attraverso incroci e rimandi che illuminano suggestivamente percorsi più sotterranei, insospettati anche. La riscoperta del verismo da parte «degli intellettuali più sofisticati», ad esempio, registrata in quel delizioso «Addio fiorito asil» con mano pungente, come quando rievoca la riproposta di Leoncavallo, Puccini, Mascagni «con la medesima fiducia con cui gli angeli del Signore, a detta di Voltaire, offrivano al profeta Ezechiele pranzi di ''merde tartinée’'». Perché Tedeschi è uno che osserva il passato senza malinconie, con quella lucidità dello sguardo che dissolve l’ombra del fatalismo: «per quanto incerto possa essere il presente, è in esso che noi viviamo» conclude il suo viaggio «da Boito al verismo», per dire anche della fatuità delle mode, della fallacità avvertita dietro certi entusiasmi, e tuttavia dell’imprescindibile forza della continuità che lo guida a superare la retorica dei punti fermi. E’ lo spirito con cui Tedeschi ha ripercorso in una stringata quanto preziosa ''guida all’ascolto’' lo smisurato universo wagneriano, in ideale continuità con quello dedicato ai rapporti di D’Annunzio con la musica, dove con il pennino sagace ed appuntito rievoca quella «costante mistificazione autobiografica diretta a trasformare il quotidiano in sublime: passando dalle ginocchia di Bach al feretro di Wagner ». 

Preminente nell’ampio viaggiare di Tedeschi l’esplorazione del mondo musicale della Russia (soprattutto Ciaikovskij e Sostakovic): «il mio primo interesse per l’opera russa ha origine assai lontane: nel 1929 ho assistito alla Scala al mio primo Boris con Rossi-Morelli e l’anno successivo al secondo con Saljapin», scriveva nella prefazione a «I figli di Boris» che nella prima versione fu pubblicato dal Teatro Regio di Parma e che rappresenta un testo imprescindibile per chi volesse in quegli anni entrare in questo mondo ancora in parte avvolto nell’ombra. Mondo che Tedeschi esplora con convinta determinazione nel cercare di sfatare certe convinzioni consolidate acriticamente, come il rapporto tra nazionalismo e cultura europea che egli sente non tanto in termini di orgoglioso isolamento bensì in una prospettiva di integrazione: se mai, pensa, « il contrasto di fondo, allora come oggi, sta nella scelta tra avanguardia e conservatorio» , termini che acuiscono la propria valenza nella storia del novecento che Tedeschi ricompone nel volume «Zdanov l’immortale» : ''sessant’anni di musica sovietica’' precisa il sottotitolo, un drammatico arco entro il quale l’autore si insinua cogliendone le tensioni e le contraddizioni con rara lucidità. «La situazione è in movimento, con sintomi di progresso e di regresso, ma lo sbocco dipende soltanto in piccola parte dai musicisti. Dipende dalla soluzione che verrà data ai problemi generali della libertà, della democrazia, dello Stato» così concludeva il suo viaggio – il libro è apparso nel 1980 – con un punto di sospensione che forse non è ancora caduto. 

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  • Alberto

    06 Febbraio @ 14.37

    Caro Rubens, ti ho mandato una lettera di auguri e…ricordi tramite l'Unità. Chissà se l'hai ricevuta. Ancora tanti auguri e un affettuoso abbraccio. Alberto Campagnano

    Rispondi

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