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L'americana di Parigi

L'americana di Parigi
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di Gianni Cavazzini

Una straordinaria vita d'artista, contesa fra l'America e l'Europa, animata da stimolanti incontri formativi e tradotta in una  pittura di vivida suggestione, evocativa di una grande stagione  d'arte: quella espressa negli anni del secondo dopoguerra.
E' quel  che, alla storia dell'arte moderna, ha lasciato Joan Mitchell  (Chicago, 1925 - Parigi, 1992), l'artista che viene onorata con una  mostra di intensa materia pittorica allestita a Reggio Emilia nelle  sale di Palazzo Magnani: «Joan Mitchell. La pittura dei Due  Mondi», a cura di Sandro Parmiggiani, aperta sino al 19 luglio,  catalogo edito da Skira.
Un'infanzia e un'adolescenza ricche di occasioni creative: la  madre, direttrice della rivista «Poetry» (che pubblica, tra gli altri,  Ezra Pound e T.S. Eliot), porta Joan a conoscere, in tenera età,  Dylan Thomas e Thornton Wilder, mentre il padre, medico e  artista dilettante, la conduce a conoscere i capolavori dell'Art  Institute di Chicago: Tiziano, Goya, Chardin, Manet, Monet,  Cézanne, Van Gogh, Seurat, Matisse, Soutine, Kandinskij. Così  procede l'età di formazione della giovane artista: con incontri  cruciali, qual è quello, nel 1939, con Oskar Kokoschka, e con  soggiorni fuori degli Stati Uniti, come le estati del 1945 e del 1946  trascorse in Messico, negli studi dei grandi muralisti, Orozco e  Siqueiros.

Sono gli anni dell'Action Painting, della rivoluzione  esplosa con Pollock, che Joan Mictchell accoglie nel suo immaginario creativo prima del suo trasferimento in Europa: che  avviene nel 1948, quando l'artista s'imbarca sulla «Liberty» per  raggiungere Le Havre. La Francia diviene presto la seconda  patria della pittrice, ormai incamminata lungo i sentieri dell'arte  astratta.

Per Joan Mitchell arriva il momento del successo. Nel 1959 è  alla Biennale di Venezia con i grandi dell'espressionismo astratto  (con un rapporto particolare con Willem de Kooning),  nel 1960 si  presenta a Milano (è la prima mostra personale in Europa) con  un importante testo al catalogo di Franco Russoli. E poi è una  sequenza di eventi in Francia e negli Stati Uniti. I grandi musei,  americani e francesi, acquisiscono le sue opere, Joan Mitchell  viene accolta nella ristretta cerchia dei protagonisti maggiori  della stagione dell'espressionismo astratto: con Pollock, de Kooning, Hartung, Tapies, Fautrier.

La mostra allestita a Palazzo Magnani riunisce 46 opere,  anche di ampie dimensioni, provenienti dai maggiori musei  americani e francesi e tali da offrire un'immagine compiuta di  una pittura che ha accompagnato l'intera esistenza creativa  dell'artista. Quelle tracce profonde che solcano le bianche superfici nella tela, sospese in uno spazio di luce e di musica,  sembrano obbedire a un'armonia ritrovata e, nel loro annunciarsi, nel loro rivelarsi, esprimono il sentimento pieno della  gioia e del dolore che avevano accompagnato la loro vita primigenia per tornare a tradurla nella trasfigurazione pittorica.  Nulla, nel lungo viaggio che dalla condizione fisica ha portato  queste tracce nella sfera dell'invenzione artistica, tradisce le  insidie di un processo lento e faticoso, anche quando sembra  frutto di una suprema naturalezza. E' il prodigio dell'Action  Painting con il suo concetto di «rapporto»: inteso come apertura  verso il mondo, di vincolo strettissimo, di vera e propria identificazione con l'esistere. Il far durare un'emozione oltre il tempo  breve della sua apparizione, allorché un elemento esterno – il  cielo, il mare; o una figura, o il suo ricordo, con tutto quanto  l'accompagna – l'accendono. E' questa la vertigine che Joan  Mitchell dischiude nelle sue grandi tele: non ha  sostanza fisica né  deflagrazione psichica, benché di entrambe si nutra, come ogni  atto riconducibile alla sfera misteriosa dell'essere nel mondo.  Solo l'arte può darle forma: anzi l'arte, l'arte moderna, vero similmente è quella sostanza lì, che traduce l'intraducibile, ripristina le vibrazioni dello spirito e la dignità del fisico proprio in  un tempo come il nostro che ha smarrito  l'equilibrio tra l'una e  l'altra dimensione.

Ecco perché la pittura di Joan Mitchell, quale si svela in questa  sua straordinaria mostra, conferma la sua limpida attualità nel  tempo odierno. L'artista americana, che ha filtrato la sua visione  originaria nella temperie parigina del dopoguerra, rivisitando le  esperienze inimitabili di Monet e di Van Gogh, riesce a tra smettere – ancor oggi – le emozioni della sua gestualità informale, sorprese nell'urgenza dell'attimo che si consuma nel  suo stesso splendore. 

 

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