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Il sacrificio dei sette fratelli

"I Cervi, una storia che resiste", dipinti, disegni e sculture alla casa-museo nel 70° anniversario dell'eccidio. Domani visita guidata. Govili, Guttuso, Borghi e molti altri artisti: a Gattatico opere in memoria dei martiri

Il sacrificio dei sette fratelli

Esposizione per Gino Covili

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C'è una strana musica che accompagna la memoria, specialmente la memoria di una strage, di un massacro. Sgorga dentro da un silenzio insostenibile per farsi grido sordo nella pittura, nel colore, nella forma straziata dal male. E’ come un pianto stridente di violini quello che giunge dalle opere esposte nel Museo Cervi di Gattatico per ricordare il sacrificio dei sette fratelli; è un pianto a risarcire con l’arte il fragore delle mitragliatrici e l’ultimo atto di una delle tante empietà della guerra. Domani alle 15, nel corso  della mostra «I Cervi, una storia che resiste. Arte per un museo della coscienza», che terminerà il 25 aprile ci sarà un momento di ricordo quando insieme ai curatori della mostra Orlando Piraccini (IBC), Paola Varesi (Istituto Cervi) e al critico d’arte Marzio Dall’Acqua saranno alcuni artisti a parlare, esprimendo anche a voce quanto già lasciato sulla tela. Nel 70° anniversario dell’eccidio, avvenuto il 28 dicembre del 1943, tanti autori già presenti nella raccolta museale, hanno portato la loro testimonianza.  Le prime opere si concentrano sul ritratto di papà Alcide Cervi, il volto segnato e forte come quello della quercia sulla medaglia realizzata dallo scultore Marino Mazzacurati, quercia di cui lui stesso parlò riferendosi alla sua famiglia dai rami spezzati, destinata a morire, ma a resistere nel seme, ovvero l’ideale nella testa dell’uomo. Quest’ideale risalta non soltanto nella scena drammatica della fucilazione, sulla quale si sono concentrati molti artisti con accenti prevalentemente realistici (Anna Coccoli, Mario Novellini, Omero Ettorre), ma emerge nei volti dei protagonisti, nelle scene di vita quotidiana. Spiccano quindi i ritratti realizzati da Luigi Bront e da Renato Guttuso che oltre aver rappresentato la sequenza dei volti dei sette fratelli, ha anche inserito il profilo di Alcide nella scena dei funerali di Togliatti, distinguendolo per la marcata caratterizzazione e la bandiera rossa scivolata sul capo.  La concentrazione espressionista nel segno e nel colore che quasi scolpisce il ricordo dei personaggi e ne esalta lo spirito, lo si trova in pressoché tutti gli autori presenti tra i quali vale la pena ricordare Aldo Borgonzoni, Nani Tedeschi, Ennio Calabria, Arnaldo Bartoli, Nikolaj Zukov, Franco Ori, Giovanni Sesia, Alfonso Borghi, Piero Ghizzardi e Gino Covili. Quest’ultimo ha lasciato al Museo Cervi forse una delle immagini più significative del suo ciclo dedicato alla Resistenza, tra l’altro vissuta in prima persona tra le montagne del Frignano. Nell’opera a china e acquarello si vede da una parte la famiglia contadina, con il padre che addita ai bimbi più piccoli i sette fratelli trucidati posti sullo sfondo e in alto, come su uno schermo e come un esempio d’eroismo. E’ un perentorio invito a non dimenticare. Le mani possenti in primo piano, tipiche dei personaggi di Covili, sono emblematiche di un’umanità forgiata dalla natura e che sa resistere, nonostante le sferzate del male, dell’ingiustizia, dell’oppressione. Il sangue versato sulla paglia che sembra disegnata dal pennello di Van Gogh, è l’indelebile traccia e il monito per il futuro. Il dito punta a un muro trafitto dalle pallottole, a corpi esanimi e insieme alla libertà di quel cielo blu profondo che va oltre la constatazione tragica della fine. Non c’è pertanto solo retorica, celebrazione, monumentalità, narrazione in questa mostra, ma la volontà di trasmettere la portata dell’ideale. Quindi ecco i libri di memorie di Alcide Cervi, i fotogrammi del film di Puccini per la sceneggiatura di Cesare Zavattini, l’installazione del Collettivo FX di Reggio Emilia sulla torre radar dell’Arpa vicina al Museo. Ma su questa memoria s’innesta il seme del futuro. E’ «una storia che resiste» come dice il titolo dell’esposizione, ma anche «arte per un museo della coscienza». Allora il dito puntato nell’opera di Gino Covili, è significativo vessillo e pungolo nella coscienza collettiva. Non è qui solo rappresentato il morire, ma il morire per qualcosa. Di quel qualcosa di giusto, d’irrinunciabile per il senso della vita umana parlano le opere e parleranno gli artisti in questa mostra. Dal silenzio dell’orrore, dell’odio scaturisce una voce di terra, di sangue, di verità. Rivolta a tutti.

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