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Le virgole? Come i capperi

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Maria Pia Forte

I segni d’interpunzione si concedono - oggi come in passato - stravaganze a non finire, costringendo i grammatici a redigere ponderosi trattati per richiamarli all’ordine.  Ma gli stessi grammatici talvolta «finiscono per levarsi d’impiccio col dire che la punteggiatura si deve imparare con l’uso», scrive Giuseppe Antonelli nel suo magistrale capitolo su Ottocento e Novecento nel volume a più mani «Storia della punteggiatura in Europa» (Laterza, 650 pagine, 58,00 euro).
Anche Carlo Collodi al piccolo Giannettino che gli domanda «come si fa a sapere quando nel periodo si deve adoperare la ''virgola'', il ''punto'' e i ''due punti'' risponde: “Queste, caro mio, sono cose, che a suo tempo le imparerai meglio con l’uso e col criterio, che con i precetti della Grammatica”».
Ciò spiega perché gli errori di punteggiatura siano sempre stati ritenuti secondari, anche a scuola; e perché oggi i segni d’interpunzione obbediscano sempre meno alla sintassi e sempre più all’arbitrio, anche sotto l’influenza dei messaggi e-mail e degli sms: si pensi all’uso parossistico dei punti esclamativi e interrogativi, spesso moltiplicati per esprimere stati d’animo particolari, al moltiplicarsi dei punti fermi che spezzano frasi e concetti in brevissimi tronconi, ai «puntini, trattini, lineette, parentesi, disseminati lungo il testo, oppure in sequenza per creare le famigerate ''faccine''», nel tentativo di rendere «anche lo specifico aspetto della mimica» (Antonelli).  
Un iconismo che non piacerebbe al limpido e caustico intelletto di Leopardi, che scriveva: «La scrittura dev'essere scrittura e non algebra. (...) Che è questo ingombro di lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e tripli, che so io? Sto a vedere che torna alla moda la scrittura geroglifica, e i sentimenti e le idee non si vogliono più scrivere ma rappresentare, e non sapendo significare le cose colle parole, le vorremmo dipingere e significare con segni, come fanno i cinesi. (...) Che altro è questo, se non ritornare l’arte dello scrivere all’infanzia »?
Bice Mortara Garavelli, professoressa emerita di Grammatica italiana all’Università di Torino, è la curatrice del volume edito da Laterza.
Un tomo  a cui hanno collaborato 26 linguisti e filologi, che spaziando dalle lingue romanze a quelle germaniche, da quelle slave al greco medievale e neogreco, dall’albanese all’ugro-finnico, hanno ripercorso quasi duemila anni. 
«Il progetto di una storia della punteggiatura nelle principali lingue del nostro continente  - afferma la studiosa - è nato per rispondere alle numerose domande di molti lettori dopo la pubblicazione presso Laterza di un mio volumetto, ''Prontuario di punteggiatura''. Mi è parso opportuno rispondere affidando a una schiera agguerrita di specialisti la trattazione delle vicende, dai primi testi scritti ai nostri giorni, di quel ''sistema e complesso di segni con cui si indicano le pause e si distinguono le frasi''».
All’avvento della stampa l’Italia giocò un ruolo fondamentale nella regolamentazione dell’uso dei segni d’interpunzione? 
 «L'affermarsi della stampa fu fondamentale per normalizzare, sia pure in modo non sempre sistematico, la forma e la funzione dei segni d’interpunzione. E in particolare l’Italia ebbe un ruolo importantissimo, per opera di grandi stampatori, tra la fine del Quattrocento e tutto il Cinquecento. Furono il giovane patrizio veneziano Pietro Bembo, lo stampatore e umanista Aldo Manuzio e il suo incisore di caratteri Francesco Griffo a usare per la prima volta in maniera moderna nel 1496 - nell’edizione del dialogo latino ''De Aetna'' in cui il Bembo dissertava sul suo lungo soggiorno in Sicilia -, virgola, punto e virgola, apostrofo e accenti, distinguendosi decisamente dalle prime stampe di testi latini o volgari. Le edizioni dette aldine fecero scuola in tutta l’Europa».
 C'è un esempio di ambigua interpretazione di un testo per mancanza di segni d’interpunzione? 
 «Un esempio classico è la risposta volutamente ambigua che la Sibilla dava a chi la interrogava sulla propria sorte al momento di partire per la guerra: ''Ibis redibis non morieris in bello'', ossia ''Andrai tornerai non morirai in guerrà, senza intromettere pause, in modo che il ''non'' potesse essere riferito sia a ''tornerai'' sia a ''morirai''. Basta spostare un punto o anche una virgola per cambiare il senso di una frase. Un conto è dire ''Non ha giocato, come ci aspettavamo'', un altro ''Non ha giocato come ci aspettavamo''. Nel primo caso parliamo di uno che ''non ha giocato'', nel secondo di uno che ha giocato, ma non come ci si aspettava che facesse».
Poca punteggiatura ostacola la comprensione di un testo, ma troppa lo appesantisce. Oggi non  si eccede spesso?  
«Non parlerei di eccesso di segni di interpunzione, ma di uso improprio delle virgole. Ma questo accadeva già ben prima di oggi, se un grande scrittore del Seicento lamentava: ''Che fan qui tanti bruscoli di virgole, altro che volarvi molestamente ne gli occhi a far che peniate leggendo, con esser tante, più che se non ve ne fosse veruna?'' E Carlo Emilio Gadda, parlando di certi partecipanti a un concorso letterario, osservava: ''Una vaga disseminazione di virgole e di punti e virgole, buttati a caso, qua e là, dove vanno vanno, come capperi nella salsa tartara''». 

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