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L'imperfezione amorosa

L'imperfezione amorosa
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di Giuseppe Marchetti
Tutta l'opera di Alberto Bevilacqua è intrisa di eros, anzi di  Eros: una divinità.  Lo scrittore l'ha trattato in tutti i modi, ne ha  succhiato il veleno e la dolcezza, l'odore pungente e il fresco  profumo, l'invito al possesso e il risvolto funebre, solenne. Già in «Eros I» di molti anni fa aveva descritto lo svelarsi di  questa umana avventura che domina il mondo come la preghiera  o l'odio degli antichi dei. E ora, con «Eros II», pubblicato da  Mondadori, l'essenza rifiorisce in uno splendido alternarsi di  giochi, pensieri e ricordi. Bevilacqua non si smentisce mai, e in  questo libro che è strutturato per episodi, per segmenti di vita,  per affiorare di personaggi, il suo eros padano, sanguigno, delicato e impertinente allo stesso tempo risente sia dell'immagine  che Boccaccio usava quando lo definiva «resurrezion della carne», sia del sogno a occhi aperti che Bevilacqua stesso più e più  volte consacra nel nitore delle proprie pagine. Le quali, in verità,  son difficili da definire se le si vuol vedere come un libro di  memorie, ma sono altrettanto ardue nel caso che le si pensi come  un romanzo o una serie di episodi e dettagli legati ai desideri  della vita. Dunque: un libro che va letto con il senso vigile del  presente senza mai dimenticare però l'ampio affresco degli anni  che tutti i precedenti libri di Bevilacqua ci hanno offerto, comprese le raccolte poetiche, proprio quelle raccolte che da «Vita  mia» a «Il corpo desiderato» contengono il senso profondo  dell'amore nella più ricca e smagante struttura delle sue sfumature. Due «coscienze carnali» sostanziano questa lotta dello scrittore parmigiano: il grido della terra e il «dialogo di eccitazioni  accese e reciproche». Sull'uno e sull'altro versante Bevilacqua  pone gli accenti che gli sono cari, i temi del confronto con la  natura, l'accesa manifestazione dell'Io, l'improvvisa suggestione  del possesso, la beffa di perderlo, la canzonatura dell'essere   amato che ride e piange, e si defila, o improvvisamente si concede. Accade così in tutti i romanzi di Bevilacqua. Se è impossibile un regesto completo, bisogna pur citare da «La Califfa»  a «Una città in amore», da «L'occhio del gatto» a «La grande  Giò», a «Una scandalosa giovinezza» al già ricordato «Eros I»,  da «Il curioso delle donne» a «I sensi incantati». Tutta una serie  di avventure che fissano via via che scorrono gli anni e gli  inganni, il ciclo di una impossibile ricerca della perfezione amorosa quale segno dei tempi dalla gioventù alla vecchiaia. «Eros II», però, possiede un accento (una qualità poetica,  potremmo dire) che «Eros I» non esibiva. Per accorgersene,  basta leggere «Dialogo con l'amica A.B. sulle fantasie erotiche»  che par scritto, anzi per dir meglio pensato, da Lawrence; c'è un  tono, un'ansia, un generoso supplizio d'attesa in questo racconto  che sembra una favola, ed è invece il  risvolto caldo della realtà  non ancora manifestatasi compiutamente. Cosa che avviene, poi,  in  «L'Eros della vendetta» con la Grande Giò e il Maebo, o nel  breve diario dedicato (consacrato, meglio!) a Romy Schneider e  Jean Seberg, e nel racconto su «L'Eros del sonno, del sogno...» che  in pratica riassume la passione dello scrittore per la carica immaginativa che sta alla base dell'eros. Tutto il mondo di Bevilacqua è intriso fin dall'inizio da questa tensione che ha  anse di  calma, irritazioni nervose, delicatissime sfumature, impeti eroici  e sarcastici risvolti rapidamente risolti in dialoghi di avvincente  effetto. Come in «L'Eros della vendetta» e in «L'Eros dell'occhio  per occhio» dove scorre il sangue ma è un sangue d'amore in un  «mondo a pezzi». In verità, l'arte sottile dello scrittore possiede sia il gusto di  stupire sia il carattere delle più varie sottolineature psicologiche  che ben risaltano tra comportamenti in eterno contrasto evidenziati nelle tante «tentazioni» che filtrano dai luoghi dell'eros  bevilacquiano tormentato e compiaciuto di sé nel medesimo  tempo. Né manca la compassione nel significato etimologico del  termine di un patire insieme, di un rivelarsi insieme e di un vivere  e conoscere insieme. Dice Bevilacqua: «I grandi poeti dell'Eros  hanno, tutti, tenuto un diario. Pagine dolcissime e terribili. Nulla  è inventato». Sembra che davvero sia così, ma a questo punto ci  soccorre la poesia del nostro scrittore, il suo confessarsi, il suo  tentare di rientrare nel ventre materno, quell'annullarsi che è  l'orgoglio di una solitudine prima cercata e poi sprecata: «amore /  che in sé nasconde il mio graffito / come di pianta / millenaria /  l'arenaria per caso». Di nuovo, allora, l'Eros si trasforma in vita,  persino in cronaca, la «nera», la «Pensione Valadier», il giornale,  la «scrittura segreta» e quella «pubblica» cioè il mestiere. C'è  tutto Bevilacqua in questo respiro di cose vissute, e di «coscienze  carnali» che trasudano gioventù, sarcasmo, illusione, i luoghi di  Parma e di Roma filtrati da una saggezza che si guarda dentro  implacabile e pietosa.

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